Archivio mensile:dicembre 2012

La mente senza emozioni del signor Elliot

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Sembrerà strano, ma pensare, ragionare, prendere decisioni, su cose che riguardano noi stessi, possono appartenere ad un dominio del cervello differente da quello del ragionare e decidere su oggetti o eventi esterni a noi. Possono essere interessate regioni diverse del cervello che non è un insieme di neuroni attivati  per lo stesso obbiettivo, indipendentemente da dove si trovano. Ci sono ad esempio aree cerebrali molto piccole che, se non funzionano, provocano grandi cambiamenti dell’intera personalità.

La pensione d’invalidità

Ad Elliot, la cui sopravvivenza dipendeva dal fratello, era stata negata la pensione d’invalidità. Il cervello era in ordine, dicevano i dottori; solo problemi psicologici. Le malattie del cervello, tumori, ictus, Parkinson  sono riconosciute proprio come malattie; e al paziente non sì da certo la colpa di esserne colpito. Quelle emotive invece, le malattie della mente, sono spesso viste come mancanza di volontà o debolezza caratteriale. Questa distinzione permea ancora la nostra società. Fonte di frustrazione nei poveri ammalati etichettati come colpevoli del loro disagio. Elliot era stato operato di meningioma: un tumore benigno a partenza dalle meningi, le membrane che avvolgono il cervello. Erano state asportate parti del cervello nella zona prefrontale e sopraorbitaria che sono di collegamento tra la corteccia razionale e il sistema emotivo interno. Per il resto, il cervello era rimasto in larga parte intatto. Infatti tutto in Elliot sembrava funzionare alla perfezione. I movimenti, il linguaggio, le sensazioni, l’apprendimento, la memoria, l’intelligenza, il ragionamento, il senso dell’umorismo. Tutti i test degli esaminatori erano risultati negativi. Non si poteva dare perciò l’assegno d’invalidità: appariva perfetto, sotto tutti punti di vista. Anzi una persona piacevole nella conversazione, interessante, controllata nelle emozioni. Persino con un leggero sorriso ironico indicante una saggezza, lungimiranza e comprensione per le pazzie del mondo d’oggi. In passato per alleviare le sofferenze di pazienti schizofrenici violenti ed esagitati fu provata una operazione chirurgica che interveniva proprio in quelle zone. Almeida Lima, un neurochirurgo che applicò la teoria di Egas Moniz, tagliò alcune connessioni in quel tratto e ottenne la calma dei pazienti; tuttavia era una calma talmente piatta che la tecnica fu presto abbandonata.

La china di Elliot

Elliot prima del tumore era un buon marito e un buon padre. Aveva uno stabile impiego in un rinomato studio legale in cui era considerato per impegno, risultati e applicazione, un modello. Aveva per questo raggiunto un’invidiabile condizione personale, professionale e sociale. Ma dopo l’operazione Elliot non era più Elliot. Eppure le sue doti intellettuali, la sua capacità di muoversi, d’interagire e di usare il linguaggio erano intatte. Al mattino bisognava sollecitarlo per mettersi in piedi e andare al lavoro, dove però non si poteva fare affidamento, per esempio in fatto di scadenze. Quando esaminava una pratica poteva perdersi su un dettaglio e tenere in sospeso tutto il fascicolo per un bazzecola. Oppure abbandonare un’attività per rivolgere la sua attenzione su di un’altra, non portando a termine né l’una né l’altra. Poteva passare tutto un pomeriggio a sceverare un criterio d’ordinamento in base alla data, alla lunghezza, alla pertinenza di un documento. Intanto il flusso del lavoro s’interrompeva. Dopo ripetuti richiami perse il lavoro. Gli venne poi la mania del collezionismo di oggetti inutili, si associò in affari con individui che lo fecero fallire. Al primo divorzio ne seguì un altro, con una donna poco raccomandabile. Tutto ciò nonostante gli avvertimenti dei familiari e degli amici che non riuscivano a capire come mai potesse agire in quel modo, così sciocco. Privo infine di reddito si avviò alla povertà, all’assistenza del fratello e alla ricerca dell’assegno di sostentamento.

Un incontro importante

Dopo che i dottori dissero che era sano non rimase, a questo punto, che chiedere una consulenza.  Un neurologo che seguiva casi del genere, il Dr. Damasio accettò e fu una fortuna perché alla fine il necessario assegno d’assistenza arrivò. “Io spiegai” dice Damasio “ che causa dei suoi fallimenti era una condizione neurologica: certo, era ancora fisicamente abile e le sue facoltà mentali erano in massima parte integre; ma era menomata la sua capacità di giungere ad una decisione”. La radice dei suoi mali era un danno ad un settore limitato del cervello, “è corretto affermare che era stato compromesso il suo libero arbitrio”. Elliot era incapace di scegliere. Il neuropsichiatra racconta del suo sbigottimento quando si trattò di fissare il giorno per l’incontro successivo. Mentre sfogliava la sua agenda Elliot si perdeva in interminabili elencazioni dei pro e contro per ogni possibile data, dimostrando di non riuscire a decidersi per un giorno qualunque. Damasio aveva notato, cosa ancora più importante, che Elliot raccontava la sua tragedia come se non fosse lui il soggetto del racconto, con freddezza e distacco. Calmo e rilassato, la sua esposizione fluiva senza sforzo, “mi accorsi che soffrivo di più io nell’ascoltarlo di quanto soffrisse lui”. Perplesso lo sottopose ad un test consistente in visioni d’immagini forti, incidenti sanguinosi, alluvioni, case incendiate, feriti, annegamenti. Lui disse apertamente che non provava alcuna reazione, né positiva né negativa. Immaginatevi voi come vi sentireste nelle medesime condizioni, senza emozioni nell’ascoltare una musica, vedere un’immagine, un volto amico, non provare piacere alcuno. Comprendere ma non sentire alcuna passione, nessun sentimento (1).

Emozioni come impegni

Emozione come un impegno da mantenere e quindi in presenza di un sopruso, di un’ingiustizia, di un’offesa si deve reagire con forza e determinazione o se si promette ‘ti amo’ poi bisogna mantenere l’offerta d’amore. Se si perdono le emozioni, si perdono pure i rapporti sociali. Non si sa agire in connessione agli altri che non riusciamo a capire, gli altri del resto non capiscono noi. Con una sfera emotiva compromessa siamo come pesci fuor d’acqua. Succede come a chi soffre di narcisismo. Crede di essere al centro dell’attenzione e sempre nei pensieri degli altri. Ma non lo è, e ne soffre; Narciso fu trovato morto per tristezza accanto ad un fiore cui fu dato il suo nome. L’eccessivo amore per se stessi deforma le amicizie con gli altri, tutti coltivati quali strumenti per la propria azione. Un modo di fare a volte allegro e ottimista, in mezzo alla gente, che riscuote all’inizio perfino simpatia ma che rivela alla fine una menzogna di fondo, un’aridità interiore, un gelo d’amore, con un destino infine di profonda solitudine. L’obeso capisce che non dovrebbe mangiare, l’innamorato che non dovrebbe rendersi ridicolo. Comprendiamo che questa cosa non andava fatta, che quella frase non andava detta. Eppure affermiamo sovente: è più forte di me; così, comunque, mi sento meglio. Una piena comprensione di come funziona la nostra mente richiede una visione integrata. Non basta solo il ragionamento puro, astratto, slegato dal mondo, ma il corpo, la carne, un ambiente sociale. La mente non è distaccata dal corpo e nei pochi momenti che lo fa, il corpo si riprende subito i suoi diritti. Basta un niente e menti eccelse diventano infantili. Un mal di denti e ci crolla il mondo addosso. La rimozione del tumore in Elliot aveva tagliato i collegamenti fra i lobi prefrontali logico-razionali e i nuclei profondi dell’emozione. Con la resezione quindi, era andata perduta la possibilità d’influenza degli stati emotivi sulle scelte del soggetto. Scelte che appaiono facili, senza la base emotiva però risultano complesse. La mente è davvero intrisa nel corpo che non abbandona mai, nemmeno quando raggiunge i livelli più raffinati d’attività, quelli che ne costituiscono lo spirito.

Sentimenti e ragioni
Anima e spirito, con tutta la loro dignità e misura umana, sono complessi unitari con l’intero organismo. Anche nelle più alte vette raggiunte non bisogna mai dimenticare le loro umili origini. Spesso l’irrazionalità non deriva da una mancanza d’informazioni e di conoscenza. Hitler e Mussolini non erano ignoranti e, a modo loro, sapevano ragionare benissimo. Una ragione però al servizio di un’emotività contorta. Anche gli elettori non votano spesso secondo ragione. Wirthlin, capo sondaggista di Reagan, scrisse che il capo prendeva voti non per le sue posizioni ma perché s’identificavano, si fidavano, lo trovavano genuino. E su quello, non sui programmi, fondò la campagna elettorale. E le stesse campagne furono quelle di George W. Bush. “Ciò” dice Lakoff, “non significa che le posizioni dei candidati sui temi politici non contino nulla. Contano, ma esse tendenzialmente sono simboli di valori, identità, e carattere piuttosto che avere una primaria importanza di per sé” (2). Anche noi in Italia ne abbiamo una cattiva esperienza. La ragione dunque dipende dalle emozioni, non n’è affatto indipendente. Lo dimostrano le persone come Elliot, o coloro che sono colpiti da ictus o altri danni cerebrali che spesso diventano incapaci di provare emozioni o di capire quando gli altri le provano, e, pertanto non riescono più ad agire razionalmente. Ma anche quelli che attorno a noi sembrano ‘sani’ e sembrano ragionare bene, a causa dei loro diversi sistemi emotivi inconsci, possono prendere decisioni, o avanzare ragioni che ci appaiono incomprensibili. E c’è ne meravigliamo.

Luciano Peccarisi

NOTE

1) Il caso Elliot è riportato in Damasio A. (1994) Descartes’ Error. Emotion, Reason, and the Human Brain, New York, NY, trad.it. 1995, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano

2) Lakoff G. (2006) Whose Freedom? The Battle Over America’s Most Important Idea, trad. it. 2008, La libertà di chi? Ed. Codice, Torino, p. 222

 

Fonte: riflessioni.it

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Fitness genetica, evolutiva

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L’evoluzione del nostro cervello forse deve molto alla cosiddetta “scelta della donna”, che deve privilegiare il partner con il migliore corredo genetico. Tra i segnali di fitness evolutiva, la corsa – inutile e dispendiosa – ci regala ancora oggi un’immagine vincente.
Darwin e la donna
Quando Darwin ha scritto “L’origine delle specie” nel 1859 non ha parlato della specie umana. Ha osato farlo solo più avanti, nel 1871 con il libro “L’origine dell’uomo e la selezione in base al sesso”, nel quale scioglie ogni riserva e indica i primati come progenitori ultimi dell’uomo. In tale testo tuttavia dedica solo 250 pagine alla “sopravvivenza del più adatto”, che gli ha dato fama, e ben 570 alla cosiddetta “selezione sessuale”. Di che cosa si trattava? La società maschilista (e creazionista) di allora ha sorvolato su questa seconda parte, non meno importante della prima, per non accettare il fatto che la scelta femminile del partner potesse aver influenzato il processo evolutivo tanto quanto la selezione naturale.
Scelte femminili
All’origine della “selezione sessuale” sta la diversità biologica tra individui maschili e femminili. La donna produce un solo ovulo, ricco di sostanze di riserva, ad ogni ciclo. E deve poi nutrire e curare la prole. L’uomo invece produce milioni di piccoli spermatozoi, agili e privi di nutrimento. Da questa differenza nasce l’esigenza per l’uomo di distribuire il più possibile il suo seme, e per la donna di scegliere un partner di alto livello. Cosa che la femmina fa attivamente, scegliendo il partner geneticamente più valido, e condannando all’estinzione tutti gli altri.
Indicatori di fitness
I geni però sono nascosti e invisibili. Dunque le femmine di ogni specie hanno bisogno di identificare nei maschi degli indicatori genetici affidabili. La selezione operata dalla donna nella scelta del partner ha un’influenza molto forte (grazie al processo a cascata di Fischer), che può favorire in modo casuale caratteristiche bizzare: dalla coda del pavone, alle creste frontali o ai ciuffi colorati degli uccelli tropicali, fino al canto dell’usignolo o al cervello umano. La coda del pavone non serve evidentemente a fuggire dai predatori (anzi è un ostacolo). Ci sono però pavoni che possono permettersela, e pavoni che non possono. Come potrebbe infatti un mutante con problemi di vario genere e cattivi geni, disporre di tutta l’energia necessaria a produrre una bella coda, senza risentirne?
Diamanti o pomodori?
Il biologo israeliano Amos Zahavi sostiene che gli ornamenti bizzarri e costosi non siano altro che “indicatori di fitness”. Cioè mezzi con i quali un maschio si appone addosso un cartellino che dice: “Guardate come sono sano!”. Ma perché un indicatore di fitness sia efficiente (e non si presti a mistificazioni) deve davvero essere costoso e raro. E richiedere molta energia. Vi siete mai chiesti perché i regali di fidanzamento siano preziosi? Perché il promesso sposo regala un diamante e non un grosso pomodoro, che almeno potrebbe essere mangiato? Insomma per conquistare una femmina, di qualunque specie, bisogna mostrarle di essere in grado di sprecare, di disporre di più forza ed energia di tutti gli altri. Se no, geneticamente parlando, perché dovrebbe scegliere proprio noi?
Maschi alfa
In tutte le comunità di primati, dallo scimpanzé al gorilla, vi sono maschi dominanti (o maschi “alfa”) che si sono conquistati il diritto di fecondare le donne. Alcuni maschi, della massima qualità genetica, feconderanno la totalità delle femmine, lasciando fuori dalla partita tutti quelli che saranno portatori di mutazioni, di tare, di malattie. Ma per essere maschi “alfa” non basta essere forti o violenti. In mezzo ad altri maschi “sani”, serve una capacità di corteggiamento complessiva che porti la femmina a scegliere proprio noi. Lo psicologo evoluzionista Geoffrey Miller, in “Uomini, donne e code di pavone”, mostra come proprio l’esibizione di un inutile lusso rappresenti una tattica di corteggiamento di sicuro successo. Tra le varie attività che Miller suggerisce come rivelatrici di fitness genetica, vi è proprio l’attività sportiva.
Corsa e “spreco”
Praticare una disciplina sportiva può essere un gioioso spreco di energia, il cui piacere si è sviluppato in epoche remote con fini di corteggiamento (chissà se questo è uno dei motivi per cui corrono tanti più uomini che donne?). Solo chi è in perfette condizioni di salute può infatti eccellere nella corsa. Una corsa che, svincolata da ogni conseguenza terapeutica diretta, diventa rilevatore specifico di fitness evolutiva. E nella sua stupenda inutilità, può trovare grandezza e significato, più di un diamante o di una rossa Ferrari. Perché per quanto grande il diamante possa essere, sarà pur sempre un segnale di fitness indiretto: potrà essere comprato coi denari di famiglia, rubato, preso a noleggio. Una maratona no. Non potrà mai essere corsa a noleggio, o coi muscoli di qualcun altro. Chi corre una maratona ad un ritmo sostenuto mostra una fitness genetica di cui pochi possono disporre. E inconsciamente una femmina di Homo sapiens sarà attratta da quella dimostrazione di perfezione.
Tutti al campo?
Dunque tutti ad allenarci? Impossibile semplificare. La donna cerca anche protezione, intelligenza, capacità di impegno nella crescita della prole. Ma, a parità di altri fattori, il ragazzo che poltrisce su un’amaca, attrarrà simpatie femminili molto meno di un ragazzo muscoloso e sano in grado di correre un trail o un’ultramaratona, nella loro stupenda inutilità. Una mia amica un giorno mi ha detto: “Scegliere un compagno è sempre difficile, ma per me lo è di più: io lo voglio che corra!”. Esagerazioni? Certamente, visto che i motivi di unione tra persone devono andare ben oltre. Ma riflettono una tendenza interiore che – per chi la prova – è chiarissima. Può essere importante conoscerne le origini per dominarla e non esserne dominati.
Gesti antichi
I maestri zen ci stimolano ad essere consapevoli in ogni momento. La chiave dello zen è nell’essere completamente dentro a ciò che facciamo, nel momento in cui lo facciamo, liberi dalle trappole del pensiero razionale. La vera consapevolezza, tuttavia, passa anche attraverso la conoscenza delle dinamiche che ci guidano. L’evoluzione è una forza potente che ci ha modellato. Sapere che il nostro essere Homo sapiens non è passato solo attraverso una cieca selezione del più adatto, ma anche – e con forza – attraverso una consapevole scelta femminile, può darci nuova dignità. Come uomini e come compagni delle nostre donne. Il nostro essere uomini è stato anche guidato dalle scelte e dalle preferenze della nostra mente: siamo così anche perché abbiamo voluto esserlo. E il cielo, non so perché, ma mi sembra un po’ più azzurro. Quando metteremo con gioia un passo dopo l’altro nelle nostre maratone, potremo sentire, una volta ancora, che se siamo qui (noi e non altri) lo dobbiamo anche a quel semplice, “inutile” gesto, che affonda le sue radici nella notte dei tempi.
Luca Speciani

 

Tratto da: eurosalus.com

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Vergogna non deriva da “vereor gognam”, “temo la gogna”, Tullio De Mauro corregge Umberto Galimberti

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«Vergogna»: Tullio De Mauro, noto linguista, ha bacchettato Augias, giornalista e conduttore televisivo, e Galimberti, filosofo. Il fantomatico latino «vereo gognam», nel senso di «temo la gogna», è stato indicato come etimologia dell’italiano «vergogna». A sostenerlo, ospite del salotto televisivo di Corrado Augias su Rai 3, è stato Umberto Galimberti, rimbeccato sul quotidiano «Unità» del 3 gennaio 2010 dal linguista Tullio De Mauro. Quest’ultimo ha fatto notare che 1) al limite dovrebbe essere «vereor gognam», declinazione corretta del verbo latino 2) l’etimologia pronunciata da Galimberti è comunque inventata di sana pianta: «gogna» non è parola latina, ma appartiene all’italiano moderno; «vergogna appartiene a parole di più sicura etimologia ed è la continuazione popolare del latino ‘verecundia’». Cose che, ha continuato De Mauro, «si dicono con (appunto) un po’ di vergogna a causa della ovvietà che hanno per chiunque tenga a portata di mano, non diciamo un vocabolario etimologico… ma un qualsiasi buon vocabolario italiano». Un’altra parola italiana con la stessa etimologia, è ‘verecondia’, termine che riconduce a un atteggiamento riservato, legato anch’esso al senso del pudore, ed è sinonimo di pudicizia. Vergogna e verecondia sono parole allotrope, cioè hanno l’etimo in comune, ma la parola ‘vergogna’ ha preso una via popolare più dura, di turbamento più serio e grande.

Vedi anche:

Il sentimento di vergogna e la civiltà della vergogna nell’antica Grecia

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La civiltà della vergogna nell’Iliade di Omero e cultura della colpa

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Il termine civiltà della vergogna o cultura della vergogna è un termine utilizzato dal filologo, antropologo e grecista irlandese Eric Dodds per descrivere la società omerica e i modelli sociali su cui essa si basava. Ogni società elabora modelli di comportamenti diversi, canoni ideali. Nel mondo greco arcaico questi erano suggeriti dalla poesia epica, di cui fanno parte Iliade ed Odissea. Era uno strumento di trasmissione del patrimonio culturale e modello di formazione educativo per le nuove generazioni, perchè appunto trasmetteva i valori e i canoni desiderabili.  Gli antropologi parlano di civiltà della vergogna e civiltà della colpa. Con “civiltà di vergogna” si indica una società regolata da determinati modelli positivi di comportamento la cui trasgressione e mancata adesione  aveva come conseguenza il sentimento di vergogna dell’individuo ovvero di disagio psicologico intimo, con la conseguente perdita di autostima e sofferenza oltre al biasimo concreto e reale dell’intera comunità fino, nei casi più gravi, all’emarginazione. Quindi le ripercussioni  della mancata adesione a questi canoni erano duplici nella loro forma di sanzione interna ed esterna. Il tessuto sociale tendeva a essere più coeso e maggiormente orientato verso un sistema condiviso di valori, pertanto, spesso la vergogna segnalava uno stato per il quale un soggetto veniva meno agli obblighi formali legati a una certa carica e ruolo. Le regole di comportamento, nella società greca, erano acquisite e osservate attraverso l’interiorizzazione di quella “voce del popolo”, che, a seconda dei casi, riconosce le virtù o sanziona i comportamenti che ne derogano. La poesia, con il canto delle gesta degli eroi e il commento della voce del popolo, costituisce dunque uno strumento di formazione del cittadino greco e di identificazione con gli altri membri del gruppo. Una delle ragioni per cui nella poesia greca gli errori degli eroi vengono spesso imputati a forze esterne, ad esempio alla volontà degli dei, consiste proprio nel bisogno di conservare integro il mito e la funzione pedagogica dell’eroe. I poemi omerici (l’Iliade sulla guerra di Troia e l’Odissea sul ritorno a Itaca di Ulisse) rispecchiano dunque i valori della società greca agli inizi dell’età arcaica. Gli avvenimenti narrati si collocano però in un passato più antico, ormai lontano, nell’età degli eroi (verso la fine del 2° millennio a.c.) della civiltà micenea, ed è proprio la figura dell’eroe che riveste molta importanza per la morale omerica. La civiltà dei micenei o achei – nell’antica Grecia del periodo arcaico – dominata da un’aristocrazia guerriera, era contemporanea della civiltà minoica di Creta. Intorno al 1400 a.C. l’isola di Creta fu conquistata dai micenei. L’eroe della società omerica è una figura legata a uno status particolare, quello di una aristocrazia regale e militare. È il capo di una casata che detiene una sovranità su una comunità e sul suo territorio. L’eroe è per eccellenza agathos, che significa buono, nobile, ma anche “buono a”, “capace di”, come noi diciamo di un “buon guerriero” o di un “buon strumento”. Era quindi stimato non solo a prescindere per via del suo ruolo ma anche per via delle sue azioni e comportamenti che, per meritarsi tale stima, dovevano essere in linea con quelle che erano le aspettative e i modelli della società. La pena era il disonore, l’orgoglio ferito, che sono legati al concetto di vergogna, come anche pudore e imbarazzo. Dall’altra parte stava l’onore, da cui deriva la gloria, che non è un concetto astratto, ma il risultato di atti e comportamenti concreti, in linea con le responsabilità dell’esecutore. È chiaro che se l’eroe difendeva la patria, ovvero la comunità di cui faceva parte, in battaglia, la stessa comunità ricompensava l’eroe ricoprendolo di elogi e gloria. L’insieme delle prestazioni eccellenti di cui l’eroe era capace, costituiscono la sua aretè, la sua virtus alla latina, appunto la sua eccellenza, il suo valore, che non si riferisce tanto alla vita morale quanto piuttosto indica nobiltà, capacità, successo, imponenza. Si tratta in Omero di una virtuosità che si esprime nella capacità di far prevalere la propia forza su nemici e rivali. L’ideale per l’uomo è l’eccellere, la aretè. Nell’Ellade fin dalla sua fanciullezza il giovane veniva esortato a preoccuparsi del suo buon nome: doveva far sì di farsi rispettare per mezzo delle sue buone azioni e dimostrazioni di forza e capacità. L’onore è perciò ancora più importante della vita. Per la gloria e per l’onore il giovane nobile mette in gioco la vita stessa. Il più grande bene in Omero è sentir parlare bene di sè per via dei successi che quella società consira come più importanti, il più grande male è sentirsi criticare per delle sconfitte. La gloria è per i greci antichi – o elleni – una forma di immortalità che è concessa anche i mortali, è la fama che dura oltre la morte. Achille preferisce all’immortalità avere una vita breve ma gloriosa, per essere ricordato. Achille sceglie la gloria, non la vita breve: è un eroe non un nichilista stanco della vita. Achille quindi, ci mostra come in quella mentalità il senso dell’onore e del dovere debbano essere valutati più della vita stessa. Per Omero non è la morte ad essere bella, ma è bella la scelta di una vita eroica, anche se condurrà alla morte.
Aiace Telamonio, altro eroe omerico, dopo aver perduto l’onore e la reputazione, si trafigge con la spada.  Ettore è spinto dal pudore, aidòs, ad affrontare la morte nel duello con Achille, “ora che per la mia follia ho mandato in rovina l’esercito – dice tra sé e sé – io mi vergogno (aidéomai) davanti ai Troiani e alle Troiane dal lungo peplo, pensando che un giorno qualcuno meno forte di me possa dire: Ettore, troppo presumendo della sua forza, ha rovinato l’esercito. Ah sì, così diranno, e allora è molto meglio per me affrontare Achille e tornare dopo averlo ucciso, o essere ucciso da lui, ma con gloria, davanti alla mia città”.

Un proverbio spartano dice “Torna con lo scudo o sopra di esso”. Vittoria o morte, o con lo scudo in mano e trionfante, o trasportato sopra lo scudo, morto. Nessun guerriero di Sparta poteva sopravvivere al disonore. Erodoto narra che uno dei due sopravvissuti dei Trecento inviati alla battaglia delle Termopili (480 a.c.), Pantite, che era stato inviato in Tessaglia come ambasciatore per reclutare alleati e non tornò in tempo per la battaglia, una volta tornato a Sparta vedendosi disonorato si impiccò. Erodoto riporta anche di come Aristodemo, l’altro sopravvissuto, a Sparta fu oggetto di dicerie infamanti, fu considerato un codardo dai suoi connazionali che cominciarono a chiamarlo “Aristodemo il fuggiasco”. Ad Aristodemo, assieme ad Eurito, diventati inabili al combattimento, il re Leonida aveva concesso di fare ritorno a Sparta. Quando però Eurito seppe della battaglia imminente, volle tornare indietro gettandosi nella mischia contro i nemici. Aristodemo morì un anno dopo a Platea, gettandosi contro le file persiane con foga temeraria, e di fatto immolandosi per riconquistare l’onore perduto e la considerazione degli spartiati. Erodoto però ci ricorda che il suo gesto non venne giudicato come di coraggio ma come di disperazione, perché si distaccò dalla falange alla ricerca della gloria personale, e gli spartani non apprezzavano chi si distaccava dalla falange. Tant’è che il proverbio citato prima, è da alcuni interpretato nell’accezione che uno spartano deve morire nel posto assegnatogli all’interno della falange, quindi cadere sul proprio scudo quando viene colpito a morte.

L’onore è legato alla buona reputazione e alla fama dovuta al compimento di azioni insigni, è un sentimento di autopercezione positiva dell’individuo da parte degli altri. Al contrario la vergogna è il sentimento che si prova di fronte a giudizi negativi. In molti paesi il termine onore può essere riferito ad un premio o ad altro riconoscimento conferito dallo stato o comunque da un ente di natura istituzionale. I membri del parlamento italiano vengono comunemente chiamati onorevoli. L’onore delle armi è un particolare tipo di riconoscimento militare, un onore cavalleresco che si conferisce in ambito militare per rendere ossequio al valore dell’avversario sconfitto. I cavalieri medioevali sono noti per il loro codice d’onore cavalleresco così come anche in Giappone i samurai per il bushido, il loro codice di condotta che contiene i principi e le norme morali. La società giapponese è stata considerata da antropologi americani una cultura della vergogna contrapposta a quella americana, una cultura della colpa.

Malgrado si tratti di un’emozione indubbiamente dolorosa e annichilente, la vergogna può tuttavia concorrere ad alimentare buone pratiche sociali. È il caso della vergogna “preventiva” che trattiene dal compiere azioni potenzialmente biasimevoli. Non si può non pensare qui all’aidos dei greci che, come afferma Aristotele nell’Etica Nicomachea, dissuade dall’agire in maniera da attirare su di sé il discredito e provare così l’umiliazione più bruciante (aischyne). Inoltre la vergogna che si accompagna all’indignazione tende ad avviare il moto passionale indispensabile per reagire e intraprendere concreti tentativi di cambiamento. Nell’idioma spagnolo, è utilizzato il termine di ‘sinverguenza’ (senza vergogna), come aggettivo, in un’accezione negativa, con il significato di sfacciato, sfrontato, insolente, canaglia, faccia di bronzo, per indicare chi si comporta immoralmente e senza rispetto. Un corrispettivo nella lingua italiana è il termine ‘svergognato’, che descrive grossomodo chi mette in atto gli stessi comportamenti: chi non prova vergogna per ciò che è riprovevole e immorale o per le proprie mancanze; chi è privo di senso del pudore. Anche se il termine sinverguenza è molto utilizzato dai parlanti la lingua spagnola rispetto a quanto non lo sia il termine svergognato per chi parla l’italiano, infatti ‘svergognato’ appare quasi desueto.

Il termine aidòs indica il «senso di vergogna, modestia, pudore», un sentimento particolarmente denso di implicazioni già nell’ambito della mentalità greca arcaica. Esso costituisce un tratto saliente della società omerica: «la più potente forza morale nota all’uomo omerico è il rispetto dell’opinione pubblica, aidós» (E. Dodds). Si tratta di un concetto fondamentale, una qualità che consiste, come osserva O. Taplin, in un «senso di compunzione che inibisce gli uomini dal comportarsi male», una sensazione di vergogna e riverenza. Aidos era la dea greca della vergogna, della modestia e dell’umiltà, e secondo quanto riportato dallo scrittore e geografo Pausania il Periegeta, ad Atene e Sparta c’erano altari dedicati ad Aidos.

Nelle società moderne il termine ‘onore’ designa principalmente una qualità della persona legata alla sua reputazione e alla sua pretesa di rispetto e considerazione. . Le connotazioni più antiche del concetto rimandano a una stretta connessione tra ‘onore’ e ‘vergogna’. In ogni società e in ogni cultura esistono azioni e circostanze che conferiscono e tolgono l’onore, che onorano e disonorano, che arrecano onta e vergogna. Nella misura in cui la vergogna costituisce la controparte negativa dell’onore, essa è strettamente legata al modo in cui le diverse culture interpretano e valutano l’onore, e quindi può essere specificata e analizzata solo in riferimento a quest’ultimo.

Con “civiltà di colpa”, ci si riferisce ad una società regolata dalla imposizione di divieti collegati all’intervento divino. Gli dei ritengono offensivi e non tollerano i comportamenti che, violando le regole religiose e sociali riconducibili al loro ordine, ne mettono in discussione la superiorità. I grandi eroi, quali per esempio Achille o Agamennone, non si sentivano realizzati sapendo nella propria coscienza di essere gloriosi, e pieni di onori, ma dovevano sentirsi considerati tali dagli altri del gruppo. Tra le differenze tra senso di colpa e vergogna nelle loro implicazioni sociali c’è che la cultura fondata sul senso di vergogna si fonda su sanzioni esterne come il discredito, il biasimo, volte a far mantenere ai suoi membri un certo comportamento. La vergogna presuppone un altro giudicante reale o immaginario che sia, l’individuo può essere deriso o respinto o immaginare di esserlo. Nel senso di colpa c’è una condanna interiore del peccato, ovvero una persona può sentirsi in colpa anche se nessuno è al corrente del comportamento che gli provoca il senso di colpa. Il rimorso è un’emozione sperimentata da chi ritiene di aver tenuto azioni o comportamenti contrari al proprio codice morale. Il rimorso produce il senso di colpa. Il rimpianto è un senso di colpa per qualcosa che si sarebbe potuto fare, e non si è fatto, per occasioni perdute, non colte. Il senso di colpa a differenza della vergogna non è un giudizio globale che colpisce il sé nella sua interezza ma determinate azioni e comportamenti.

La vergogna è l’emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri; da una parte è una emozione negativa che coinvolge l’intero individuo rispetto alla propria inadeguatezza, dall’altra è il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta da quello che avremmo desiderato. A differenza dell’imbarazzo, che si sperimenta esclusivamente in presenza degli altri, ci si può vergognare da soli e per lungo tempo; inoltre, mentre l’imbarazzo sorge per l’infrazione di regole sociali che possono anche non essere condivise, la vergogna è il segnale della rottura di regole di condotta alle quali personalmente si aderisce.

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Perchè le falene, farfalle notturne, moscerini e altri insetti, sono attratti dalla luce di lampioni, lampade ed altre fonti luminose

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Le falene, farfalle con abitudini notturne, moscerini ed altri insetti, per orientarsi in volo usano come bussola i raggi della luna o del sole che sono un pò come la stella polare e il cielo stellato erano per gli antichi marinai. Questa strategia evolutiva è risultata vincente per millenni in quanto permetteva alle falene di orientarsi, ma non aveva messo in conto che a un certo punto ci sarebbero state le luci artificiali degli uomini, e così finiscono per avvicinarsi troppo alla luce, finendo molto spesso per essere uccise dal calore. Le falene tengono sempre la stessa inclinazione rispetto alla luce della luna che resta sempre sopra, e rispetto a cui volano perpendicolarmente. Infatti la luce della luna è sufficientemente lontana da permettere all’insetto di mantenere sempre lo stesso angolo e quindi di volare verso una direzione in maniera rettilina. Però le luci di una fonte luminosa come un lampione a differenza della luna si propagano in modo circolare, e così le falene volano in tondo, in maniera circolare, formando una spirale verso l’interno fino ad avvicinarsi sempre di più e ad esporsi al calore. Le falene tengono infatti la luce lunare sempre sullo stesso lato, cosa che è possibile con i raggi lunari ma non con quelli di fonti luminose più vicine, come le luci di lampioni, lampade e lampadari, e così per orientarsi e tenerle sempre sullo stesso lato sono costrette a girarci attorno. Il fenomeno riguarda gli insetti notturni, perchè quelli diurni sono abituati a vivere con la luce del sole, che rende meno evidenti tutte le altre sorgenti luminose. Originariamente le farfalle erano tutte diurne, molte di esse però nel corso dell’evoluzione hanno scelto la vita notturna per scampare ai molti predatori attivi di giorno e sopravvivere meglio. La vita notturna può essere più tranquilla ma nasconde anch’essa le sue insidie: pipistrelli, gufi e altri predatori specializzati nella caccia notturna sono sempre all’erta, pronti a catturare gli animali incauti che gli capitano a tiro. Gli insetti diurni e notturni sono attratti ma anche inibiti dalle luci, questo dipende dal tipo e dall’intensità della luce, in questo modo riescono a distinguere il giorno dalla notte. La differenza nell’attrazione verso la luce  è un fenomeno noto come fototassi. Certi insetti hanno fototassi negativa e sono respinti dall’esposizione alla luce, mentre altri insetti hanno fototassi positiva per cui sono naturalmente attratti dalla luce.

Nelle vicinanze di Matera vi è una lampada a vapori di mercurio da 2000 W, utilizzata per l’illuminazione di una statua, che è diventata famosa perchè nel 1992 è stato calcolato dall’entomologo tedesco Axel Hausmann che ogni notte, da maggio a settembre, circa 5000 farfalle notturne vi vadano a morire. L’intero sistema di illuminazione della zona attrae circa 5 milioni di individui l’anno.

Un altro aneddoto famoso è ciò che accadde l’8 maggio 1946 a Parigi quando, dopo sei anni di oscuramento a causa della guerra, fu illuminato l’Arc de Triomphe con dei riflettori militari per festeggiare il primo anniversario della Vittoria. Milioni di farfalle notturne coprirono in pochi minuti il monumento ma, ripristinata l’illuminazione pubblica, nel giro di pochi mesi non fu più possibile osservare neppure una farfalla.

Ogni anno il nostro paese è sorvolato da una moltitudine di farfalle notturne migratrici, tra cui alcune Sfingi che sono nate in Africa; sulla loro rotta trovano una serie ininterrotta di luci pronte ad ammagliarle e a condurle a morte sicura.

Quando nel 1880 Edison mise a punto la sua prima lampada a incandescenza e quando l’illuminazione pubblica a gas lasciò il posto a quella elettrica, per molte specie iniziò un rapido declino.

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