Archivio mensile:gennaio 2013

Farmaci pericolosi: il benfluorex, farmaco antiobesità venduto come Mediator o Mediaxal messo al bando dopo morti sospette

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Il benfluorex  è una molecola che è stata utilizzata come coadiuvante nella obesità associata ad alterazioni del metabolismo glico-lipidico (così recitava il foglietto illustrativo), in passato commercializzata in Italia ( nome commerciale Mediaxal). Oggi questa molecola è al centro di un importante caso in Francia. Sebbene ritirato dal commercio ( in Italia nel 2003),  la vendita di preparati galenici a base di benfluorex era autorizzata in Italia fino al luglio 2010.

I laboratori Servier, che lo producevano, avevano già ritirato nel 1997 una molecola analoga, un farmaco anoressizzante (la fenfluramina: in Italia con il nome commerciale di Ponderal), perché causava alterazioni delle valvole cardiache e una rara e grave, malattia dei vasi polmonari, l’ipertensione arteriosa polmonare.

«Esistono altri Mediator?» si è chiesto allarmato Le Monde. Secondo l’Afssaps, ha scritto il giornale, al momento ci sono almeno altri 76 farmaci sotto esame in Francia.

L’Agenzia Europea dei Medicinali nel Dicembre 2009 ha raccomandato il ritiro dal commercio nell’Unione Europea del benfluorex. L’Agenzia Europea dei Medicinali ha raccomandato il ritiro di medicinali contenenti benfluorex nell’Unione Europea, poichè i loro rischi, in particolare il rischio di valvulopatie cardiaca, sono maggiori dei loro benefici.

L’Agenzia Italiana del Farmaco, data 27 luglio 2010, ha disposto l’immediato divieto di utilizzo e di vendita, su tutto il territorio nazionale, delle preparazioni magistrali, galeniche, contenenti Benfluorex.

In Francia un’inchiesta giudiziaria ha incriminato per frode aggravata l’imprenditore farmaceutico Jacques Servier, il fondatore dell’omonima società farmaceutica produttrice del farmaco Mediator.
Da diverso tempo, ben due inchieste penali erano state avviate contro i Laboratori Servier per omicidio colposo con violazione manifestamente deliberata di un obbligo di sicurezza o di prudenza imposti da leggi o regolamenti e causando disabilità per lesioni involontarie aggravate.

Mediator, il cui principio attivo è Benfluorex, era un farmaco indicato per il trattamento del diabete e dell’obesità, ma comunemente usato come soppressore dell’appetito.
Si ritiene che Mediator avrebbe causato nella sola Francia la morte di 500-2.000 persone.
Il farmaco è stato in commercio per 33 anni.

Il Benfluorex è un derivato della Fenfluramina, che agisce riducendo l’assorbimento dei grassi e abbassando i livelli glicemici. Queste funzioni hanno stimolato l’impiego di Mediator nel trattamento dell’obesità e del sovrappeso.

In Italia il farmaco noto con il nome commerciale di Mediaxal è stato ritirato nel 2003, mentre in Spagna è stato tolto dal commercio nello stesso anno a seguito delle denunce di gravi effetti collaterali di natura cardiovascolare: in particolare, ipertensione polmonare e valvulopatia.
In Francia è stato commercializzato fino al 30 novembre 2009.

Gli effetti collaterali della Fenfluramina erano noti già prima del 1997 quando, in particolare, nel giugno dello stesso anno l’Agenzia regolatoria statunitense FDA ( Food and Drug Administration ) aveva segnalato il caso di 24 donne che avevano sviluppato patologie valvolari dopo assunzione di Fen-Phen ( Fenfluramina – Fentermina ).
Il 15 settembre del 1997 l’FDA annunciò l’immediato ritiro dal mercato USA della Fenfluramina e della Dexfenfluramina.

Si sospetta che, nonostante le segnalazioni di gravi eventi avversi associati a Mediator, il farmaco sia rimasto in commercio in Francia grazie alle forti relazioni tra Jacques Servier e il mondo della politica.
Nel luglio 2009, Jacques Servier ha ricevuto la Legion d’Onore, la più alta onorificenza della Repubblica francese, dalle mani del presidente Nicolas Sarkozy, già avvocato dell’azienda prima di diventare ministro dell’Interno. ( Xagena2011 )

Fonte: Sportello dei Diritti, 2011

Mediator: l’Agenzia europea contro le frodi sta indagando sul comportamento dell’European Medicines Agency

Lo scandalo che interessa il farmaco per il diabete mellito Mediator ha raggiunto una dimensione europea con l’avvio di un’indagine da parte dell’European Anti-Fraud Office ( OLAF ) per un presunto conflitto d’interesse riguardante l’Agenzia regolatoria europea, EMEA ( ora EMA, European Medicines Agency ).
L’EMA è anche oggetto di critiche da parte del Parlamento europeo.

L’indagine dell’OLAF ha preso avvio il 22 luglio.

Il caso Mediator ( Benfluorex ), un farmaco antidiabetico che è stato ritirato dal mercato francese nel novembre 2009, ha incrinato la fiducia della popolazione francese nel AFSSAPS, l’Agenzia nazionale di controllo sui farmaci.
Prodotto dalla ditta farmaceutica francese Servier, Mediator è stato ampiamente prescritto come farmaco per la perdita di peso nei soggetti non-diabetici durante i suoi 33 anni di vita.

E’ stato stimato che il farmaco abbia causato tra i 500 e i 2000 morti, e l’azienda e in primis il suo fondatore Jacques Servier potrebbero essere accusati di frode aggravata ed essere sottoposti a processo presso un tribunale francese.
Sono emersi legami tra la società farmaceutica Servier e l’AFSSAPS; questi legami avrebbero permesso al farmaco di rimanere sul mercato nonostante le numerose segnalazioni di gravi problemi a carico delle valvole cardiache con esiti potenzialmente fatali.

Solo nel novembre 2009, l’Agenzia regolatoria francese ha preso la decisione di chiedere all’EMA un parere scientifico su Mediator. Un mese dopo, l’EMA ha raccomandato il ritiro del farmaco dal mercato.

L’European Medicines Agency, creata nel 1995 per armonizzare i sistemi nazionali di regolamentazione dei farmaci all’interno dell’Unione europea, non si ritiene coinvolta nel caso Mediator, poichè secondo statuto l’Agenzia può solo raccomandare di vietare un farmaco che viene autorizzato a livello nazionale dopo richiesta di parere da parte di almeno uno dei 27 Stati membri.
L’EMA viene ora accusata di essere intervenuta in ritardo, tenendo presente che Benfluorex era stato ritirato in Italia e in Spagna nel 2003.
Era noto da tempo che Mediator veniva usato per un’indicazione off-label come soppressore dell’appetito. ( Xagena2011 )

Fonte: Science Insider, 2011

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Robert Cialdini: le armi della persuasione, come e perchè si finisce col dire di si

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Cialdini spiega come e perché, a causa della persuasione, si finisce col dire di si.

Teoria e pratica della persuasione.

Il comportamento automatico e stereotipato predomina in molte azioni umane perché in tanti casi è la condotta più efficiente, in altri è praticamente indispensabile. La società progredisce estendendo il numero di operazioni che possiamo eseguire senza pensarci: esistono schemi automatici di comportamento che ci rendono terribilmente vulnerabili di fronte a chiunque ne conosca il funzionamento.

Principio di contrasto: alla presenza di due stimoli, se il secondo stimolo differisce abbastanza dal primo, noi tendiamo a vederlo più diverso ancora di quanto non sia i realtà (in tutti i tipi di percezione). Nella motivazione all’acquisto, è molto più vantaggioso per un venditore presentare per primo l’articolo più costoso: a seconda dell’articolo precedente si può far sembrare più alto o più basso il prezzo di uno stesso articolo; la successione inversa non solo gli farebbe perdere l’effetto del contrasto ma farebbe sì che il principio gli si ritorca contro.

Regola del contraccambio: dobbiamo contraccambiare quello che un altro ci ha dato, siamo obbligati a ripagare favori, doni, ecc. Tale regola è nata per promuovere lo sviluppo di relazioni reciproche tra gli individui in modo che uno possa prendere l’iniziativa senza paura di rimetterci: c’è un obbligo di dare, un obbligo di ricevere, un obbligo di sdebitarsi. Persone che normalmente non ci piacerebbero affatto possono accrescere di molto la probabilità di farci fare quello che desiderano semplicemente facendoci un piccolo favore prima di avanzare la richiesta (es. Hare Krishna, campioni gratuiti); l’altro può farci sentire in debito facendoci un favore del tutto non richiesto: non è affatto indispensabile che siamo stati noi a chiedere il favore per sentirci obbligati a ricambiare, a causa della forte pressione sociale (sensazione spiacevole di sentirsi in debito, etichettatura di ingrato). La regola permette che sia la stessa persona a scegliere il favore iniziale indebitante e il tipo di contraccambio sdebitante, quindi è facile per chi vuole sfruttarla manipolare gli altri indicendoli a scambi non equi.

Conseguenze:

  1. obbligo di contraccambiare i favori;
  2. obbligo di fare una concessione a chi ce ne ha già fatta una (manovra del “ripiegamento-dopo-il-rifiuto”: apparenza di una concessione)

Sottoprodotti:

  1. senso di essere in qualche modo responsabili dell’avvenuta transazione;
  2. soddisfazione per come sono andate le cose.

Impegno e coerenza: il bisogno di coerenza è un bisogno centrale nella motivazione del comportamento.  L’automatismo della coerenza funge da difesa contro le insidie del pensiero: l’impulso ad essere e sembrare coerenti può essere una potente arma di influenzamento sociale che spesso ci porta ad agire in maniera contraria ai nostri stessi interessi. Se si riesce a far prendere un impegno ad una persona si avrà preparato il terreno per una sua condotta automatica e irriflessiva, coerente con quell’impegno iniziale. La tecnica del “piede nella porta” consiste nell’ottenere grossi acquisti cominciando con uno piccolo: lo scopo di questa prima transazione non è il guadagno ma ottenere un impegno. Quello che interviene è un cambiamento nel modo di pensare e di sentire circa il fatto di lasciarsi coinvolgere o il prendere iniziative; una volta che ha acconsentito ad una richiesta una persona può cambiare atteggiamento, diventare ai propri occhi una persona che fa quel genere di cose, che prende iniziative per le cose in cui crede: un piccolo impegno iniziale può essere usato per manipolare lì immagine che le persone hanno di se stesse, quindi una volta manipolata l’immagine a nostro piacimento la persona dovrà naturalmente aderire a tutte le nostre richieste coerenti con quella nuova immagine. Far scrivere è una potente arma: per sapere che cosa la gente crede e sente davvero la miglior fonte non sono le parole ma i fatti. Fino a prova contraria gli altri penseranno che chi ha messo per iscritto una cosa ci creda davvero, e quello che pensano gli altri di noi ha un importanza enorme nel determinare che cosa ne pensiamo noi stessi (sempio: far compilare un buono d’ordine al cliente invece che al rappresentante per impedire che i clienti recedano il contratto). Inoltre gli attestati scritti sono efficaci perché possono esser resi facilmente pubblici e richiedono più sforzo. Quando l’impegno è attivo, pubblico e faticoso la sua efficacia nel modificare l’immagine di una persona e il suo comportamento è massima; si vuole che uno senta che ciò che ha fatto gli appartenga senza possibili scuse e vie d’uscita, in modo da ottenere un impegno duraturo e non un adesione momentanea: bisogna che l’individuo si assuma la responsabilità interiore delle proprie azioni, e tale responsabilità viene accettata quando l’individuo pensa di aver compiuto un azione per libra scelta in assenza di forti pressioni dall’esterno (es. nell’educazione dei bambini, il divieto senza minaccia).

Principio della riprova sociale: è un mezzo con cui decidiamo cos’è giusto in base a ciò che gli altri considerano giusto; esso serve sostanzialmente per determinare qual è il comportamento corretto da tenere in una determinata situazione e ci offre una scorciatoia (ma in contemporanea ci espone agli attacchi dei profittatori in agguato). Molto spesso mentre osserviamo le reazioni degli altri per risolvere la nostra incertezza, anche loro probabilmente stanno cercando una qualche riprova sociale; accade quindi che nelle situazioni ambigue la tendenza di ciascuno a stare a guardare per vedere cosa fanno gli altri generi un fenomeno straordinario: l’ignoranza collettiva. Tale principio agisce con la massima efficacia quando osserviamo il comportamento di persone simili a noi: noi usiamo le azioni degli altri per decidere quale sia il comportamento giusto anche da parte nostra specialmente quando questi altri ci appaiono simili a noi.

Regola della simpatia: è molto più difficile respingere la richiesta di una amico; chi vuole ottenere l’assenso alle proprie richieste, in mancanza di un legane preesistente, farà di tutto per ispirare simpatia. Vari sono i fattori che fanno in modo che una persona piaccia più di un’altra:

  1. bellezza à c’è una risposta automatica e non ragionata alla bellezza fisica detta “effetto alone”  che ci porta ad attribuire alle persone di bell’aspetto altre caratteristiche positive (talento, gentilezza, onestà, intelligenza…)
  2. somiglianza à ci piacciono le persone simili a noi (opinioni, tratti di personalità, ambiente di provenienza, modo di vita…) e chi ha intenzione di manipolarci solitamente dichiara identità di interessi, origine e ambiente
  3. complimenti à sapere che una persona prova per noi ammirazione o attrazione può essere un dispositivo micidiale per indurre da parte nostra simpatia e acquiescenza come contraccambio
  4. contatto e cooperazione à accentuare quegli elementi di collaborazione che esistono nella situazione magari inventandoli di sana pianta per dimostrare che noi e loro stiamo “lavorando insieme” per gli stessi scopi a reciproco vantaggio è una comune tecnica attuata dai venditori
  5. condizionamento e associazione à c’è una tendenza naturale a provare antipatia per chi ci dà informazioni spiacevoli, anche se non ne è la causa, e simpatia per chi ce ne dà di positive; è la semplice associazione a stimolare la risposta

Per difendersi è sempre buona norma separare i nostri sentimenti verso la persona che ci consiglia una cosa dalla cosa in se e stare in guardia per cogliere ogni eventuale eccesso di simpatia.

Principio d’autorità: siamo educati sin dalla nascita a pensare che obbedire all’autorità legittima è giusto e disobbedire sbagliato, dando molto valore al concetto di sottomissione e lealtà alle norme legittime. Noi usiamo le informazioni che un autorità riconosciuta ci fornisce come un utile scorciatoia per decidere come comportarci in una certa situazione (smettiamo di pensare e ci limitiamo a rispondere all’ordine ricevuto); conformarsi ai dettami delle figure d’autorità ha sempre portato ad autentici vantaggi sul piano pratico. In molti annunci pubblicitari si presenta come “fonte autorevole” un attore vestito da medico (ad esempio Huge Lawrie nei panni del noto Dr. House) che è capace di far valere il principio d’autorità senza fornire un autorità autentica ma solo la sua apparenza: siamo quindi vulnerabili sia ai simboli che alla sostanza dell’autorità. I più noti simboli sono:

  1. titoli à guadagnarseli richiede anni di impegno ma chiunque può fregiarsi della pura e semplice etichetta ottenendo così le stesse reazioni automatiche di deferenza (truffatori e pubblicitari lo fanno regolarmente)
  2. abiti à l’uniforme dell’autorità non è affatto una garanzia dato che il trasformismo è uno degli hobbies preferito dai truffatori
  3. ornamenti à (tipo auto prestigiose…) sono un efficace dispositivo per ottenere l’assenso, ed agiscono in modo forte e inatteso.

di Claudia Negretto

Sullo stesso argomento potete vedere anche:

L’effetto Lucifero, resistere alla persuasione

I segreti della persuasione secondo Robert Cialdini

Dieci strategie di manipolazione di massa

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Il conformismo del branco e del gregge: Effetto Bystander, indifferenza e apatia sociale

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[1] Introduzione [2] Effetto Bystander [2.1] Diffusione di Responsabilità [2.2] Influenza Sociale [2.3] Inibizione Sociale [3] Dissonanza Cognitiva [3.1] Esperimento sulla Dissonanza Cognitiva di Festinger  [4] Favorire l’aiuto [5] Conclusioni [6] Riferimenti

  
[1]Introduzione
Questo post si concentrerà sull’indifferenza alla violenza ed alle richieste d’aiuto. In numerosi fatti di cronaca la vittima viene aggredita in mezzo alla folla o comunque sotto gli occhi di altre persone, le quali non agiscono per prevenire la violenza né per limitarla né per chiamare dei soccorsi. Tali comportamenti d’altronde non sono riscontrabili unicamente nei casi di violenza: l’indifferenza verso un’altra persona è riscontrabile anche in caso d’incidenti, malesseri, o semplici casi di richieste d’aiuto. Tale specifico comportamento viene generalmente catalogato come “indifferenza” ma in letteratura tale fenomeno viene definito come effetto bystander (letteralmente astante, spettatore) e diverse sono le cause all’origine del fenomeno.
Quest’articolo non ha lo scopo di soffermarsi sugli aspetti etici o teologici riguardanti l’agire dell’individuo nella situazione d’aiuto, nella solidarietà, nella giustizia e nella pietà tanto cari alla tradizione culturale dell’occidente e oggigiorno tanto in crisi – dall’invadente cultura materialistico-individualistica – da indurre lo stesso individuo ad un vero e proprio dis-orientamento verso quegli stessi valori della sua tradizione.
Lo scopo di questo articolo è quello di aiutare il lettore a prendere coscienza dei meccanismi automatici che entrano in gioco nelle situazioni sopra descritte. Il lettore imparerà ad identificare i pensieri automatici legati a tali eventi e, mentre assiste agli eventi, prendendo coscienza a livello personale del meccanismo automatico, sarà in grado d’analizzare l’ambiente circostante e smuovere dall’apatia sociale le altre persone “spettatrici”.
[2]Effetto Bystander
Lo stupro e l’assassinio di Kitty Genovese avvenuto nel 1964 ha dato il via al filone di ricerca sull’Effetto Bystander. Il fatto di cronaca avvenne in presenza di un gran numero di spettatori che non intervennero per  aiutare la vittima. Tale condotta, da parte degl’astanti, fu considerata scandalosa e gli psicologi sociali si chiesero il motivo per cui Kitty non venne aiutata; le persone che assistevano al crimine avrebbero potuto sopraffare il criminale facilmente. Sebbene la notizia all’epoca riportasse che furono testimoni del fatto ben 38 persone l’analisi successiva delle trascrizioni del tribunale, assieme ad altro materiale, dimostrò che i presenti furono al massimo 3 e che ci furono diversi tentativi per aiutare la vittima [1].
Secondo Darley e Latané [2] nell’omicidio di Kitty si manifestò quello che venne poi denominato Bystander Effect. Gli Autori affermano che più persone assistono al fatto meno probabilità ci sono che si presenti  un’assistenza di gruppo.
I processi coinvolti nell’Effetto Bystander sono [3]:
1)      Diffusione di responsabilità
2)      Influenza sociale
3)      Inibizione sociale (Audience Inhibition)
I tre processi interagiscono tra loro.
[2.1]Diffusione di Responsabilità 
Tale fenomeno si riferisce alla tendenza delle persone a lasciare che determinati eventi accadano quando si trovano in gruppo piuttosto che quando si trovano da soli. La presenza del gruppo”diluisce” e “diffonde” la responsabilità e nessuno si sente responsabile. Questo senso di mancanza di responsabilità, oltre ad essere dovuto alla presenza del gruppo [2], è dovuto anche all’appartenenza ad una gerarchia o ad un sistema burocratico [4][5], all’effetto del “pensiero di gruppo” e dalle pressioni del gruppo stesso [6][7][8] oppure come risultato dell’incolpare la vittima per la sua situazione [9].

L’esempio storicamente più lampante, riguardo la diffusione delle responsabilità dovuto all’appartenenza ad una gerarchia, è l’esperimento di  Milgram.
Milgram dimostra come persone assolutamente ordinarie riescano a compiere azioni che vanno contro la loro morale sotto l’influenza dell’autorità. E’ possibile agire contro la propria morale nel momento in cui non ci si sente responsabili delle proprie azioni: la figura dell’autorità superiore che impartisce dei comandi assorbe tutta la responsabilità dell’agente [4]. Il fatto che la figura autoritaria sia pertinente con il contesto (un uomo con il camice bianco che afferma di essere il responsabile dell’esperimento) attiva il bias dell’esperto, quindi il soggetto penserà che il dottore abbia maggiori competenze nel valutare la situazione.
Zimbardo riassume in dieci punti il processo che porta le “brave persone” a commettere “malvagità” [10]:
“1. Predisporre una forma d’obbligo contrattuale, verbale o scritto, per controllare il comportamento. […]
2. Assegnare ai partecipanti dei ruoli sensati da impersonare (“insegnante”, “allievo”), che comportino valori positivi appresi precedentemente e scripts di risposta attivati automaticamente.
3. Presentare regole fondamentali da seguire che sembra abbiano un senso prima della loro effettiva applicazione, ma che poi possono essere usate in modo arbitrario ed impersonale per giustificare un’acquiescenza cieca. […]
4. Alterare la semantica dell’atto, dell’agente e dell’azione (da “fare del male alle vittime” ad “aiutare lo sperimentatore” […])
5. Creare opportunità per la dispersione di responsabilità […]: altri saranno responsabili oppure l’agente non sarà ritenuto responsabile[…]
6. Inaugurare il percorso verso l’atto malvagio estremo con un primo passo apparentemente insignificante […]
7. Predisporre passi graduali, in modo che differiscano di poco dalla più recente azione precedente: “solo un pochino di più”. […]
8. Cambiare gradualmente la natura della figura d’autorità[…]. Questa tattica provoca l’acquiescenza iniziale ed in seguito la confusione, poiché dalle autorità e dagli amici ci aspettiamo coerenza. Non riconoscere che è avvenuta questa trasformazione porta all’obbedienza cieca […]
9. Far sì che i “costi di disimpegno” siano elevati […] permettendo il dissenso verbale mentre però s’insiste sull’acquiescenza comportamentale.
10. Offrire un’ideologia, o una grossa bugia, che giustifichi l’uso di qualunque mezzo per raggiungere lo scopo […]”
( L’Effetto Lucifero,  Zimbardo P. 2008, Raffaello Cortina Ed.; Pg. 400-402 )
Bauman [5] fornisce ulteriori dettagli su come sia possibile ottenere un effetto di diffusione di responsabilità per quanto riguarda l’appartenenza ad un sistema burocratico.
Bauman, infatti, notò che si ottenevano gli risultati di Milgram, cioè far compiere a persone ordinarie delle azioni che vanno contro la loro morale, spezzettando in piccoli stadi i compiti. Egli spiegò che dividendo i compiti in dei sotto-compiti sempre più piccoli il soggetto perdeva la consapevolezza delle conseguenze delle sue azioni.
L’eperimento di Ash [8] ci fornisce il miglior esempio sul “pensiero di gruppo”. Ash cercò di dimostrare che gli Americani avrebbero agito in modo autonomo anche nel caso in cui popoli di altre nazioni avessero avuto opinioni diverse. Il suo esperimento lo contraddisse.
L’esperimento di Ash dimostra quanto sia forte il potere del conformismo anche quando le scelte fatte sono sbagliate o addirittura dannose.  Morris poi notò che: l’effetto conformismo si palesava in presenza di almeno 3 persone; non si palesava quando il soggetto era affiancato da una sola persona; era notevolmente ridotto quando all’interno del gruppo almeno un partecipante dava ragione al soggetto sperimentale – questo effetto perdurava anche quando il membro del gruppo lasciava l’esperimento [11]
La diffusione di responsabilità avviene anche proiettando tutta la responsabilità sulla vittima. Quando un astante assiste ad un’ingiustizia inspiegabile tenderà a razionalizzarla: facendo delle ipotesi o cercando delle azioni compiute dalla vittima. La vittima è, quindi, responsabile dell’ingiustizia alla quale è sottoposta [9].
“La Teoria della Dissonanza Cognitiva” spiega questo cambiamento nella scala dei valori. [12].
 [2.2]Influenza Sociale
Il già citato esperimento di Ash dimostra come l’effetto del gruppo possa essere determinante nel prendere decisioni. L’esperimento dimostra l’effetto della conformità e la tendenza a seguire le scelte del gruppo anche quando tali scelte vanno contro la propria morale. Sebbene prima ci fossimo concentrati sull’esperimento di Ash, per quanto riguarda la diffusione di responsabilità, adesso ci soffermeremo sull’effetto del gruppo in quanto fonte d’informazioni riguardo il comportamento da tenere.
Quando si assiste ad una scena di violenza si andranno a cercare degl’indizi sociali osservando il comportamento degli astanti per decidere se il proprio intervento sarà utile – portando quindi effetti positivi – od inutile – portando quindi effetti negativi. Se gli astanti saranno passivi l’effetto della conformità ci porterà ad assumere lo stesso comportamento passivo. Gli astanti utilizzeranno, a loro volta, la stessa “tecnica” per capire se intervenire o meno, la nostra passività sarà, quindi, un indizio sociale per tutti quegli astanti che sono la nostra fonte d’informazione sociale. La risultante di tutto ciò sarà la passività di tutto il gruppo di spettatori. In un esperimento Latané e Rodin dimostrano che le persone sono meno propense ad aiutare una donna sofferente se vicino a tale donna è già presente uno sconosciuto che non presta soccorso [13]. Sembra quindi che le persone prima d’intervenire cerchino degli indizi sociali. Nel caso della donna sofferente, l’assenza di preoccupazione da parte dello sconosciuto fornisce gli elementi per determinare che la situazione non necessita un intervento.
 L’effetto conformità aumenta quando le persone acquisiscono l’anonimato. L’effetto dell’anonimato è stato dimostrato nel famoso esperimento del carcere di Stanford [14][10]. Haney, Banks e Zimbardo nel loro esperimento fornirono alle guardie del finto carcere degli occhiali da sole a specchio il cui scopo era quello di nascondere gli occhi. Questo semplice accessorio aumentò il senso di anonimato nelle guardie assieme all’identificazione nel ruolo di guardia.
 Altri Autori [15] hanno dimostrato che il senso di anonimato causa, in coloro che assistono ad una situazione d’emergenza ambigua, un senso d’immobilità. Tale senso d’immobilità ritarda la messa in atto del comportamento d’aiuto, inoltre, sembra che il senso d’anonimato sia tanto più forte quanto più omogeneo è il gruppo [16].
[2.3]Inibizione Sociale
Dan Bar-On [17] introduce il costrutto “fatti gli affari tuoi” (Mind Your Own business) come uno degli elementi chiave della ritrosia ad intervenire in situazioni di dubbia emergenza. Lo sforzo psicologico per riuscire a superare questo costrutto è legato alla possibilità che il nostro intervento potrebbe risultare fuori luogo ed imbarazzante e quindi andrebbe evitato. In questo modo diminuiscono le possibilità per la vittima d’essere aiutata, inoltre più incerto sarà lo scenario che ci si prospetta davanti più elevato sarà il rischio di sentirsi in imbarazzo. Tutto ciò rallenta l’intervento e, l’immobilità che ne deriva, diventa un indizio sociale nel caso ci fossero altri spettatori.
Siamo così impegnati a valutare che impressione daremo al prossimo che l’evitamento del senso di vergogna diventa una priorità!
Secondo il modello costi-benefici,  utilizzato per spiegare il comportamento d’aiuto [18][19], la scelta dipenderà dal grado d’attivazione emotiva e dalla sua qualità. L’astante valuterà il peso dei costi, o dei benefici, nel caso scegliesse d’intervenire come nel caso scegliesse di non intervenire. Entrambe le scelte coinvolgono elementi di carattere interno (vergogna, imbarazzo, senso di autostima, valutazione dei pericoli) e di carattere esterno (gratitudine della vittima, riconoscenza, possibilità di continuare con la propria attività – nel caso di non-intervento – ).
Il modello basato sull’empatia [20] afferma che nel momento in cui lo spettatore prova empatia per la vittima, le probabilità d’intervento aumenteranno. I tentativi di ridurre la sofferenza nella vittima hanno lo scopo d’abbassare il senso di disagio – provocato dallo stato empatico – dello spettatore. Nel caso lo spettatore non fosse coinvolto a livello empatico, entrerebbe in azione il costrutto costi-benefici.
Un esperimento chiave ha dimostrato quest’ultima possibilità [21]. L’esperimento consisteva nel porre una persona in difficoltà in un vicolo vicino ad una scuola per seminaristi e vedere quante persone si fermavano per dare aiuto. La variabile che venne manipolata fu il grado di premura che gli studenti dovevano avere nel recarsi agli esami (esami riguardanti i contenuti del vangelo). I risultati furono che maggiore era la fretta degli studenti nel recarsi agli esami minori erano gli aiuti che la persona bisognosa riceveva. L’importanza del dare gli esami era maggiore rispetto l’importanza nel dare aiuto ad una persona bisognosa – indipendentemente dagl’insegnamenti etici o morali dei seminaristi -, i risultati indicarono che per la maggioranza dei seminaristi presi in esame il costo del rischiare di mancare ad un impegno era maggiore del beneficio nell’aiutare la vittima.
La mancata assistenza ad una persona in difficoltà aumenterà le probabilità di non aiutare altre persone in difficoltà. Tale effetto si chiama action inertia [22] ed stato dimostrato sperimentalmente.
La causa della tendenza all’inazione è dovuta all’effetto del ricordo del non intervento e dei possibili sensi di colpa legati ad esso: l’anticipazione del senso di vergogna, il rimpianto, la colpa, rendono la persona inattiva. Nel caso in cui ella decidesse d’intervenire per rompere la tendenza all’inazione la persona dovrà affrontare il costo psicologico del non essere intervenuto in passato. Si è stato visto che la maggior parte delle persone tende a non agire piuttosto che affrontare tale costo e ristrutturare il Sé.
[3]Dissonanza Cognitiva
La dissonanza cognitiva si presenta ogni volta che ci troviamo in una situazione confusa, con pochi indizi che possano motivare le nostre azioni, le nostre opinioni, o per dare un senso al modo. Per risolvere la dissonanza possiamo: o 1) ammettere che il comportamento messo in atto va contro i nostri valori, oppure 2) trovare un modo per deresponsabilizzarci e cambiare le nostre attitudini.
La prima opzione è la più difficile perché coinvolge una ristrutturazione del nostro sistema di credenze sul quale abbiamo investito molto energie. Ammettere lo sbaglio significa anche ammettere lo sbaglio nella nostra costruzione del sistema di credenze; ne risulta una grossa ferita all’autostima [12][23][24][25]. La seconda opzione, la deresponsabilizzazione, si basa sulla convinzione che qualcuno ci ha costretto ad agire al di fuori del nostro sistema di valori, tramite un ordine, una minaccia, o anche un il dover assolvere ad un impegno.
Secondo il postulato  Pro-Attitudinal Advocy  della “Teoria della Percezione del Sé”[26][27], in determinate circostanze, a cui diamo un significato soggettivo, siamo in grado di compiere azioni contro la nostra morale senza effettivamente cambiare il nostro sistema di valori. In tutti quei casi in cui la pressione esterna diventa più sottile, l’agente percepirà sé stesso come la causa del proprio comportamento [23] questo è il caso di tutte le forme d’indottrinamento – religioso, militare, ecc -, ma anche all’interno di un gruppo che non vuole avere connotati né religiosi né militari. Questo è l’esempio del militare che in missione uccide intere famiglie e poi torna a casa a prendersi cura della propria famiglia.
Nello spiegare questo fenomeno Welzer [7] spiega che le persone che si trovano a dover compiere azioni immorali dovute alla pressione del gruppo ammetteranno che l’azione di per sé sarà immorale, ma allo stesso tempo reputeranno tale azione necessaria per raggiungere un obiettivo più alto. Così l’individuo non pensa d’aver infranto alcuna morale, anzi, penserà d’aver superato una propria debolezza per il raggiungimento d’un obiettivo nobile.

Le dinamiche coinvolte in questi casi riguardano l’appartenenza al gruppo e la differenziazione dei comportamenti tra l’in-group e l’out-group (Viene definito in-group un gruppo di persone che condividono gli stessi interessi e attitudini che producono un senso di solidarietà, comunanza e esclusività. Viene definito out-group un gruppo di persone escluse dal poter appartenere ad un certo gruppo, specialmente quando sono viste come subordinate o incompatibili dal punto di vista degli interessi e delle attitudini).
[3.1]Esperimento sulla Dissonanza Cognitiva di Festinger
L’esperimento che ha dimostrato l’effetto della dissonanza cognitiva consiste nell’indurre un gruppo di partecipanti a cambiare idea su un compito. Il compito inizialmente reputato noioso doveva, alla fine dell’esperimento, essere considerato interessante. Il cambiamento dev’essere guidato dalla dissonanza cognitiva.
L’esperimento si divide in due fasi:
Nella prima fase si forma un gruppo di partecipanti. Si dice al gruppo di svolgere un compito reputato da tutti i  noiso ed inutile. Questo primo gruppo viene poi diviso in due sotto gruppi sottoposti a due diverse condizioni. Al primo gli viene fornito un alto compenso in denaro per svolgere il compito (prima condizione), all’altro gli viene, invece, fornita una piccola somma di denaro (seconda condizione).
Nella seconda fase dell’esperimento tutti i partecipanti alla prima fase devono convincere un nuovo gruppo di soggetti a svolgere lo stesso compito sapendo che per questo gruppo di soggetti non è previsto alcun compenso.
I risultati dimostrano che il gruppo di partecipanti che ha ricevuto un alto compenso si giustifica dicendo che sebbene il compito sia una perdita di tempo hanno dovuto convincere i nuovi soggetti dal momento che hanno ricevuto un buon compenso. Non avviene alcun cambiamento attitudinale.
Il gruppo di partecipanti, che ha ricevuto un basso compenso, dopo aver convinto, nella seconda fase, i nuovi soggetti a svolgere il compito, si giustificano dicendo che in realtà il compito non è poi così noioso come reputavano all’inizio. [28]. In questo caso è entrata in gioco la dissonanza cognitiva che ha causato loro un cambiamento attitudinale in accordo con le “Teoria della Percezione del Sé” (lo stesso risultato fu replicato anche da Bem).
L’effetto della dissonanza cognitiva non agisce esclusivamente sul singolo, può, infatti, capitare che l’intero gruppo, al quale un individuo appartiene, provi l’effetto della dissonanza cognitiva: in tal caso si parlerà di “Dissonanza Vicaria”[29][30].
Entrando a far parte di un gruppo l’individuo caratterizza il proprio Sé e da importanza alle azioni del gruppo proprio per l’effetto caratterizzante di quest’ultimo [31]. Se il gruppo assiste ad un comportamento di un membro dell’in-group che vìola le norme ed i valori del gruppo, esso proverà la dissonanza vicaria. Come per il singolo, così per il gruppo, la dissonanza è uno stato psicologico avversivo, il costo psicologico nello svalutare un membro del gruppo è alto dal momento che verrebbe intaccata l’identità di gruppo. La soluzione alla dissonanza vicaria, a cui si somma il costo psicologico della svalutazione dell’identità di gruppo, è un facile cambiamento attitudinale di tutto il gruppo [29][30].
Più avanti vedremo quali sono gli aspetti chiave che regolano il cambiamento attitudinale del singolo all’interno del gruppo.
[4]Favorire l’aiuto
Allo stesso modo in cui un gruppo cambia le proprie attitudini quando un membro si comporta violando le norme ed i valori del gruppo, così l’appartenenza al gruppo può favorire il comportamento d’aiuto. La differenza tra le due condizioni si trova in tre punti chiave della “Teoria dell’Identità Sociale” [32][33]:
–          L’importanza dell’identità sociale
–          Il limite dell’identità sociale
–          Il contenuto dell’identità sociale
Il gruppo tenderà sempre a prendere decisioni a favore dell’in-group, anche quando l’identità del gruppo si basa su valori inconsistenti [34].
L’importanza dell’identità sociale modula il grado in cui le persone fanno esperienza delle proprie emozioni, del proprio senso di responsabilità, o del sentirsi in obbligo verso il gruppo. Tutte queste cose facilitano il comportamento d’aiuto per i membri dell’in-group [35][36][37].
Studi hanno dimostrato che il comportamento d’aiuto per membri dell’out-group equivale ad una forma di evitamento del pregiudizio verso il Sé, dei sensi di colpa, di stati interni avversi o per evitare accuse pubbliche di discriminazione. In caso di situazioni d’emergenza, o in situazioni in cui l’elemento razziale non è predominante, è difficile assistere ad un comportamento d’aiuto per un membro dell’out-group [38].
Il comportamento d’aiuto all’interno del gruppo dipende dal grado di salienza dell’identità con il gruppo, quindi non è detto che un membro d’un gruppo aiuterà sempre un membro dello stesso gruppo. Come non è detto che un membro del gruppo cambierà le proprie attitudini se un membro dell’in-group  agirà immoralmente.
Nel caso in cui fossimo noi la vittima ecco che Cialdini fornisce un consiglio per stimolare il comportamento d’aiuto nelle persone accanto a noi [39]:
“In base ai risultati degli esperimenti che conosciamo, il mio consiglio è quello d’isolare un singolo individuo dalla folla: “Lei, signore con la giacca blu, chiami un’ambulanza”. Con quest’unica frase si mette quella persona nel ruolo di “soccorritore”; sa che c’è un’emergenza, sa che tocca a lui fare qualcosa e non ad altri e sa esattamente cosa fare. Tutti i dati sperimentali disponibili indicano che il risultato d’un richiesta così formulata sarà un’assistenza pronta ed efficace.
In generale, quindi, la strategia migliore è ridurre le incertezze negli astanti con la richiesta, più precisa possibile, rivolta ad un singolo e non genericamente al gruppo: il compito deve essere assegnato a qualcuno, altrimenti è troppo facile per ciascuno pensare che debba farlo, stia per farlo, o l’abbia già fatto”
(Le Armi della Persuasione, Cialdini R.B. 1989, Giunti Ed.; Pg. 139)
In questo modo eliminiamo:
–          La diffusione di responsabilità: poniamo la responsabilità in una persona, identificandola nel modo più chiaro possibile. In questo modo la persona si attiverà per evitare la condanna sociale e, come feedback positivo, otterrà il consenso sociale dagli astanti (non possiamo essere sicuri di quali siano i valori della persona che scegliamo, potrebbe essere che non sia soggetta a stati interni avversi nel caso rifiutasse la nostra richiesta, per tale motivo è opportuno basarsi sul costrutto costi-benefici).
–          L’influenza sociale: diamo una chiara informazione sociale:  c’è bisogno di assistenza. Individuando la persona che deve aiutarci sblocchiamo il circolo vizioso dell’apatia sociale. E’ probabile che altre persone s’attiveranno cogliendo l’indizio sociale del nostro “soccorritore”.
–          L’inibizione sociale: attribuendo tutta la responsabilità ad una persona, i costi del non agire saranno sicuramente maggiori dei benefici dell’agire. Così facendo, eliminiamo, nel soccorritore, la valutazione delle conseguenze dell’agire o del non agire. Il soccorritore sa immediatamente, e con certezza, quali saranno le conseguenze della sua scelta.
Se il consiglio di Cialdini è utile nel caso fossimo noi la vittima, risulta utile anche nel caso stessimo assistendo ad una situazione d’emergenza. Con la stessa tecnica possiamo smuovere dall’apatia sociale le persone che ci stanno attorno. In questo caso dobbiamo individuare una persona che ci aiuti a soccorrere la vittima e si ripresenteranno le stesse conseguenze descritte sopra.
Nel momento in cui sappiamo quali sono le dinamiche che rendono le persone immobili davanti ad un’emergenza, e nel momento in cui sappiamo che anche noi siamo “vittime” di queste dinamiche, dovrebbe essere automatico attivarsi per sbloccare la situazione. Nel caso questo non bastasse, gli studi sperimentali hanno dimostrato come un membro dell’in-group ottenga più assistenza rispetto ad un membro dell’out-group.
Questi risultati ci suggeriscono che considerando la vittima un membro dell’in-group le probabilità d’assistenza saranno maggiori. Consideriamo quindi la vittima come se fosse un membro della nostra famiglia, nostro fratello, nostra nonna, nostro padre, e suscitiamo tale somiglianza anche nelle persone vicino a noi. L’associazione con una persona con un forte legame affettivo dovrebbe aumentare l’effetto negativo degli stati interni avversi nel caso dell’inazione.
[5]Conclusioni
Le cause che originano l’apatia sociale e l’indifferenza sono: la diffusione di responsabilità, l’influenza sociale e l’inibizione sociale. Fattori situazionali come disposizionali sono il nucleo dei comportamenti d’assistenza della vittima. Per eliminare l’apatia sociale bisogna intervenire su questi aspetti essendo consapevoli della loro esistenza e della loro ragione d’essere. Per favorire l’assistenza sono state descritte delle tecniche tanto basilari quanto efficaci, sia nel caso la vittima fossimo noi sia nel caso volessimo smuovere le persone a noi vicine nel caso la vittima fosse un’altra persona.
[6]Riferimenti
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[39] Cialdini R.B. (1989) Le Armi della Persuasione,Giunti Ed.
Vedi anche:
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Lo Hobbit sarà una nuova trilogia

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La trilogia de Lo Hobbit è la nuova riproposizione cinematografica di un’opera dello scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien, in questo caso “Lo Hobbit o la riconquista del tesoro” dopo il successo planetario della trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli tra il 2001 e il 2003, che in totale vinse 17 statuette degli Oscar del cinema. Il primo film della trilogia, cioè Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, è uscito nei cinema nel dicembre 2012, mentre l’uscita dei successivi, che ufficiosamente sarebbero Lo Hobbit – La desolazione di Smaug e Lo Hobbit – Andata e ritorno è prevista rispettivamente nel dicembre 2013 e nel luglio 2014. La trilogia de Lo Hobbit è ambientata nella Terra di mezzo (regione di Arda dell’universo immaginario fantasy creato da Tolkien) 60 anni prima de Il Signore degli Anelli. I film non saranno un adattamento del solo romanzo di Tolkien Lo Hobbit ma conterrà anche delle riprese tratte dalle appendici scritte da Tolkien al Signore degli Anelli e che si svolgono anche durante gli avvenimenti della riconquista del tesoro e spiegano un pò di retroscena che danno una visione più ampia, anche collegando le due trilogie tra di loro. Dovevano essere inizialmente due i film, anche nelle intenzioni di Peter Jackson, ma una volta girate le riprese principali dei due film, si è reso conto di avere abbastanza materiale per dare vita a un terzo. Rispetto alle intenzioni iniziali Peter Jackson darà più spazio alla storia di Bilbo, di Gandalf, di Thorin e dei nani, ma ci parlerà anche dell’ascesa di Saruman nelle vesti del Negromante, ovvero Il Signore degli Anelli appunto. Nel luglio 2012 Peter Jackson ha dichiarato: “Dopo aver visto recentemente una parte del primo film ed un breve estratto del secondo, Fran Walsh, Philippa Boyens and io eravamo molto soddisfatti del modo in cui la storia stava venendo fuori. La ricchezza della storia de Lo Hobbit, così come di alcuni materiali correlati presenti nelle appendici de Il Signore degli Anelli, ha fatto sorgere una domanda spontanea: cogliamo l’occasione di aggiungere qualcosa alla storia originale? E la risposta, dal nostro punto di vista di produttori e fan, è stata un “sì” senza riserve. Conosciamo bene le potenzialità del nostro cast e dei personaggi a cui hanno dato vita. Conosciamo, da un punto di vista creativo, quanto irresistibile e coinvolgente possa essere la storia e – da ultimo ma molto importante –  sappiamo quanta parte della narrazione della storia di Bilbo Baggins, dei Nani di Erebor, dell’ascesa del Negromante e della Battaglia di Dol Guldur sarebbe rimasta incompleta se non avessimo realizzato pienamente questa complessa e meravigliosa avventura. Sono contento del fatto che New Line, MGM e Warner Bros. siano altrettanto entusiasti nel portare ai fan questo avvincente racconto attraverso tre film.”

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Come tracciare e sapere se la propia posta raccomandata o pacco sono già arrivati al destinatario

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Quando inviamo una posta raccomandata, o un pacco postale, e vogliamo sapere se è già arrivata a destinazione, possiamo farlo in quanto è tracciabile grazie a un’apposita pagina https://www.poste.it/cerca/ e alla voce “Cerca Spedizioni” inserendo il codice dell’invio della spedizione o più spedizioni, ma puoi farlo anche direttamente dalla home, la pagina principale del sito. .

Il codice dell’invio si trova sulla ricevuta che vi è stata consegnata allo sportello dell’ufficio postale al momento della spedizione, mentre se la spedizione è stata fatta online il codice dell’invio si trova nell’e-mail inviatavi in quell’occasione.

Il codice di invio deve essere digitato eliminando eventuali spazi o trattini. Cliccando sul tasto per eseguire la ricerca, che ha attualmente le sembianze di un’icona con il disegno di una lente di ingrandimento, è così possibile essere informati su nuovi aggiornamenti riguardo la vostra spedizione.

In precedenza bisognava accedere alla pagina “Dove Quando” appositamente realizzata sul sito delle poste italiane per il monitoraggio spedizioni http://www.poste.it/online/dovequando adesso non più attiva, dove potevate monitorare lo stato delle vostre spedizioni scegliendo nel menù il tipo di posta inviata. Adesso non è più necessario selezionare il tipo di posta o pacco inviato o atteso, ma il sistema lo riconoscerà automaticamente a partire dal codice che scriverete per la ricerca.

Possono usufruire di questo servizio tutte le tipologie di posta raccomandata, cioè posta raccomandata, posta raccomandata smart, posta raccomandata 1 e altri servizi postali come posta assicurata, posta free, pacco ordinario, postacelere, paccocelere internazionale ecc…

Il servizio Dovequando per la posta raccomandata è disponibile tutti i giorni dalle ore 7.00 alle ore 23.00. In alternativa al servizio on line è possibile anche chiamare il numero verde 803160 attivo dal lunedì al sabato dalle ore 8.00 alle ore 20.00.

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