L’ira di Achille Pelide. La rabbia per l’orgoglio ferito.

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L’ira d’Achille generata dalla sua contesa con Agamennone condizionerà tutte le vicende dell’Iliade di Omero. Si capisce subito la sua importanza dall’inizio del poema epico:

Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,
rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,
gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde
d’eroi, ne fece bottino dei cani,
di tutti gli uccelli — consiglio di Zeus si compiva —
da quando prima si divisero contendendo
l’Atride signore d’eroi e Achille glorioso.
Ma chi fra gli dèi li fece lottare in contesa?
Il figlio di Zeus e Latona; egli, irato col re,
mala peste fe’ nascer nel campo, la gente moriva,
perché Crise l’Atride trattò malamente.

(Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

Il brano “L’ira di Achille”, con cui inizia l’Iliade, esprime in modo perfetto la rabbia e potremmo dire che è quasi il brano più rappresentativo della rabbia nei poemi omerici. In questo brano, Agamennone, re e condottiero degli Achei nella guerra di Troia, ha appena derubato Achille della sua schiava più bella, Briseide, sacerdotessa di Zeus catturata da Achille, come risarcimento per la perdita della sua schiava preferita, Criseide, figlia di Crise, sacerdote d’Apollo. Infatti Agamennone è stato costretto a resistuirla perchè Apollo aveva scatenato una pestilenza. Naturalmente Achille non vede di buon grado la decisione di Agamennone, e prontamente esprime la sua opinione, in netto contrasto con quella del re. Si accende così una discussione tra i due, che sfocia in una vera e propria lite. Le parole, dapprima gentili e cortesi, si trasformano in insulti pesanti e in giudizi sull’utilità e sul comportamento dell’altro in battaglia. L’ira di achille per il possesso di ciò che gli spetta e quella del dio per la violenza fatta al suo sacerdote sono entrambe motivate dal desiderio che venga riconosciuto dagli altri il proprio ruolo, la propria potenza, il proprio posto nella società. Vediamo quindi nella rabbia di Achille un tentativo di affermare la propia immagine agli occhi degli altri achei, una richiesta di rispetto, di ristabilire uno status, e non un legame sentimentale con Briseide. Come conseguenza di questa azione di Agamennone, Achille si ritirerà volontariamente dalla guerra almeno fino alla morte dell’amico, cugino e amante Patroclo, per mano di Ettore, quando la sua ira funesta si scaglierà contro il principe troiano.

La traduzione dell’incipit dell’Iliade fatta dal poeta e scrittore Vincenzo Monti (1754-1828):

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempía), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.
E qual de’ numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente pería: colpa d’Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.

La civiltà della vergogna nell’Iliade di Omero e civiltà della colpa

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