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La resilienza secondo Boris Cyrulnik

Resilienza, molto di più che resistere Immagine inviata
ROSALBA MICELI Immagine inviata
Come tornare alla vita dopo aver subito un trauma? La capacità di “resilienza” è legata alla possibilità di creare uno spazio mentale che permetta al soggetto ferito di non sentirsi più completamente prigioniero di una situazione senza scampo. In questi casi un individuo su due riesce a farcela senza aiuto, ma analizzando le storie di persone che sono riuscite a superare situazioni drammatiche, spesso si scopre che c’è stato qualcosa o qualcuno – un tutore – che ha innescato il processo di resilienza.

A volte il tutore agisce in modo inconsapevole: è il senso attribuito ad un comportamento, il vissuto di entrambi i partner della relazione che fa la differenza e può trasformare un rapporto apparentemente banale in una vera relazione di aiuto. Come osservava Bandura, gli individui selezionano e strutturano le esperienze che possono agire a loro volta nel senso di promuovere lo sviluppo del sé oppure di inibirlo. Boris Cyrulnik, neuropsichiatria francese famoso in tutto il mondo per i suoi studi sul fenomeno della resilienza, presenta una situazione paradigmatica tra due compagni di liceo nell’introduzione al suo libro “Parlare d’amore sull’orlo dell’abisso” (Saggi Frassinelli). Rouland è un ragazzino stranamente silenzioso ma sa correre molto veloce, potrebbe essere un ottimo elemento per la squadra di rugby del liceo. “Allora decisi di fare amicizia con lui. Ma le nostre conversazioni erano a senso unico, dovevo fare tutto io: domande, risposte, prendere decisioni e iniziative”.

Un giorno Rouland invita il compagno a casa sua per una merenda. L’atmosfera è surreale. “Rouland rimase tutto il tempo seduto sul divano in silenzio, mentre la madre mi rimpinzava di cioccolatini, torte e frutta candita che mi serviva su piatti dorati. Feci un grande sforzo per fingere di non capire in che modo sbarcasse il lunario”. A distanza di cinquant’anni dall’incontro, Rouland telefona al compagno di allora per ringraziarlo: “Volevo soltanto dirti che tu mi hai cambiato la vita”. Rouland rievoca la scena: “Era la prima volta che qualcuno portava rispetto a mia madre. Quel giorno ho ricominciato a sperare. Mi sembrava giusto dirtelo”. “Scoprendo che è possibile cambiare un sentimento – osserva Cyrulnik – Rouland aveva cominciato a credere in una via d’uscita”.

La storia di Anna D. ci offre ulteriori spunti di approfondimento. Anna ha quarant’anni ed è una donna sola – cosa ben diversa dall’essere semplicemente single – sola e depressa. Ultimamente sopravvive alla meno peggio, come una cosa morta o morente, trascinandosi tra il lavoro d’ufficio, la casa, il supermercato. Un dolore improvviso all’addome la scuote dall’agonia psichica. E’ costretta ad andare dal medico. Lui non si pronuncia sulla diagnosi, le prescrive una sfilza di analisi. Anna non vuole farli, non ne ha voglia, in realtà non ha sufficiente voglia di vivere. A questo punto il medico le dice bruscamente che non la riceverà per una ulteriore visita senza i risultati degli esami. Costretta suo malgrado a girovagare per ospedali e laboratori di analisi, la donna scopre meravigliata un’umanità che non conosce: infartuati, malati di cancro, anziani sulla sedia a rotelle: tutti sembrano avere voglia di vivere, sono là per salvarsi, per guarire. “Che faccio qui? – si chiede, sentendosi quasi un’extraterrestre – dove e come ho perso la voglia di vivere? E se dovessi lottare per recuperare la salute? Non ce la farò mai da sola”. Finalmente Anna ritorna dal medico con i risultati delle analisi. Per fortuna il problema all’addome è cosa da nulla, la malattia incurabile è altrove, alberga come una necrosi nell’anima. Il medico sembra intuire qualcosa, vuole vederla ogni settimana, le prescrive degli esami di controllo.

La guarigione psichica avviene lentamente e quasi insensibilmente. Un giorno, nei corridoi di un grande ospedale, in mezzo ad un via vai di gente, la donna non ha più l’orribile sensazione di essere un’estranea, comincia timidamente a sentire di far parte di quell’umanità sofferente – nel corpo e nell’anima – che in qualche modo sta lottando per recuperare la salute. Maria ha finalmente smesso di vivere in compagnia della morte. Ha ricominciato a sperare. “Lei mi ha salvato la vita – confessa al medico – ero come una casa che stava andando in rovina”.

Il processo di resilienza diviene più difficile se la persona ferita deve lottare anche contro l’ipotesi sfavorevole – i pregiudizi – che gli altri hanno elaborato su di sé, condannandola ad un destino di sofferenza. “Quando si parla di una bella casetta restaurata o di un’automobile d’epoca rinnovata, ci si riferisce sempre con affetto al lavoro che ha portato alla sua ristrutturazione. Al contrario, quando si nota che un bambino sta formando delle crepe oppure che un adulto sta andando in rovina, ci si fanno talmente tante domande che non si osa nemmeno fare i gesti più semplici: guardare con gentilezza, toccare o accompagnare – scrive Tim Guénard nel saggio “Costruire la resilienza” di Boris Cyrulnik e Elena Malaguti (Edizioni Erikson) – mi piacerebbe che si parlasse dei bambini e degli adulti rovinati nello stesso modo affettuoso con cui si parla di una vecchia baracca ristrutturata”.

Qualunque cosa può funzionare da tutore di resilienza. Un aiuto morale o materiale. A volte basta poco, pochissimo, come un piccolo prestito concesso ad un singolo o ad una comunità. Il sistema di microcredito potrà consentire l’accesso ad un titolo di studio, di avviare un’attività, superando un momento difficile. La povertà è a tutt’oggi il più importante determinante sociale che si oppone alla resilienza. E’ anche il principale imputato fra i fattori predisponenti lo sviluppo di disturbi mentali. Pregiudizi e povertà soffocano la speranza, rischiano di rendere vano ogni sforzo. Ma quando si vive nelle tenebre, qualunque cosa che rappresenti uno spiraglio di luce può indicare la via d’uscita…

L’Osservatorio internazionale sulla resilienza ha sede a Parigi. E’ costituito da esperti in diversi settori disciplinari di varie università nel mondo ed è coordinato da Boris Cyrulnik. Il collegamento italiano è rappresentato da Elena Malaguti, docente di Pedagogia speciale all’Università di Bologna.

Fonte: lastampa.it

RINASCITE Lo studioso Boris Cyrulnik ha dedicato un saggio ai traumi dell’ infanzia: maltrattamenti in famiglia, guerre, violenze sociali
Da brutto anatroccolo a cigno, il bambino ferito può crescere

Per prima cosa occorre difendere questo libro dalla presentazione che ne fa in copertina l’ editore italiano: I brutti anatroccoli non si occupa affatto di «le paure che ci aiutano a crescere» come minimizza e fuorvia il sottotitolo, per riecheggiare un altro titolo molto fortunato. Si occupa di traumi, grossi traumi, come maltrattamenti, violenze devastanti, abbandoni, deportazioni; traumi che non aiutano affatto a crescere, anzi tendono a bloccare. E a uccidere, nel bambino, il futuro adulto. A meno che – ed ecco la parola e la scienza confortanti di Boris Cyrulnik, etologo, psichiatra e psicoterapeuta francese d’ origine romena – non intervenga la «resilienza». La si cerchi pure, la parola, sui dizionari: anche se «frequenta» le scienze psicologiche dagli anni Sessanta, i vocabolari la spiegano come «la caratteristica di un materiale che resiste agli urti improvvisi senza rompersi» (Palazzi Folena). E’ ciò che accade, o può accadere, nella stragrande maggioranza dei casi anche per la vita di chi è stato un bambino maltrattato o violato, dice Cyrulnik. Moltissimi riescono a reagire alla «sfida» del dolore e, da brutti anatroccoli feriti, divenire cigni: persone normali, molte volte anche persone speciali, soprattutto in campo artistico. E’ perciò necessario spezzare la cultura che diffonde l’ idea «un bambino maltrattato, da grande maltratterà» e che incoraggia i piccoli traumatizzati «a fare una carriera da vittima». L’ autorevole Edgar Morin, scrivendo di quest’ opera (e della precedente: Il dolore meraviglioso), loda Boris Cyrulnik come «uomo buono», subito aggiungendo che l’ apprezzamento certo suona bizzarro «quando si parla di un intellettuale»: il fatto è che in quest’ argomento «non si tratta solo di idee, ma di carne e di sangue». Perciò, al di là della scienza, è l’ etica di quest’ autore e di quest’ uomo che Morin evidenzia, dichiarando anzi che essa «ci è indispensabile»: un’ etica di rifiuto del dolore come destino. Nell’ apprezzamento, il vecchio sociologo discretamente include «la vita» di Cyrulnik: egli stesso, infatti, è un «resiliente». I genitori morirono ad Auschwitz, lui scappò e fu raccolto da una donna che divenne per lui quel «tutore di resilienza» di cui almeno uno è indispensabile perché le tragedie dell’ infanzia si possano superare e, a volte, persino far fruttare. Cyrulnik, uomo vulcanico, attivissimo, allegro, di sé, della sua infanzia non parla (pubblicamente è riuscito a farlo molto tardi, verso i 40 anni), ma qui si spende a parlare con passione della speranza che deve brillare oltre il tunnel del trauma e della sofferenza. Secondo la sua teoria, però, un bambino può divenire resiliente, cioè in grado di «saltarne fuori» come suggerisce l’ origine latina del termine, solo se si è salvata la sua primissima infanzia, quella anteriore alla capacità di parlare. Se nei mesi che vanno da zero a 12 circa c’ è stato un rapporto felice con la madre, un giusto «attaccamento» affettivo, più tardi da qui, da quel primordiale ricordo d’ amore, potrà scoccare la scintilla per la risalita. Sempreché il bambino, o l’ ex bambino, ferito incontri uno o più «tutori di resilienza», un genitore adottivo, un professore, un prete, un adulto amico che gli dia una mano. E gli offra la possibilità di raccontare e raccontarsi quell’ antica tragedia così da storicizzarla nella propria biografia e non lasciarla agire, dall’ ombra della rimozione, come un destino. E’ essenziale che questa rivisitazione della ferita interiore avvenga «sotto lo sguardo dell’ altro» (o di un intero contesto sociale), sottolinea e ripete il terapeuta francese, richiamando analoghe affermazioni di Anna Freud. E la reazione degli «spettatori», o della società, è fondamentale. Spesso infatti la vittima tende a sentirsi colpevole (quanti sopravvissuti ai lager hanno patito questo pur paradossale sentimento). Oppure, come accade in molte culture, viene fatta sentire colpevole (caso eclatante, la donna violentata). Lo «sguardo dell’ altro» che capisce e aiuta a guardare in faccia al massacro subìto, è trampolino fondamentale per la resilienza. Per una «seconda nascita». Da brutto anatroccolo a cigno, pur se fragile. Sostiene Cyrulnik, con amore e passione, che questo recupero è possibile nel novanta per cento dei casi e oltre. Non c’ è quasi infanzia devastata non riscattabile, a suo dire. Che sia così? Oggi che tanti bambini sono violentati e offesi, singolarmente o in massa, nel mondo, speriamo che sia così. Serena Zoli Il libro: «I brutti anatroccoli» di Boris Cyrulnik, Frassinelli, pagine 243, euro 15

Fonte: archiviostorico.corriere.it

Intervista a Boris Cyrulnik sul suo libro sulla vergogna.

La resilienza secondo Pietro Trabucchi

 

La parola resilienza indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Trasposto in campo psicologico si riferisce invece a una preziosa risorsa umana. Così la definisce Pietro Trabucchi, psicologo che si occupa da sempre di prestazione sportiva, in particolare di discipline di resistenza, e che al tema ha dedicato di recente un libro dal titolo Perseverare è umano: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Negli esseri umani la risposta allo stress e alle difficoltà non si realizza solo sotto forma di cambiamenti ormonali e di realizzazione di risposte comportamentali prefissate ma è soprattutto cognitiva. Sta nella capacità di guardare alla realtà in modo diverso e di vedere vie d’uscita dove sembra che non ce ne siano.

Che caratteristiche psicologiche ha una persona “resiliente”?

Di solito è un ottimista e tende a  leggere gli eventi negativi come momentanei e circoscritti. Ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda. È fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. Tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità piuttosto che come una minaccia. Di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza. Il verbo persistere indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Troppo spesso ci aspettiamo che questa motivazione arrivi da qualcosa di esterno a noi: dagli altri, dagli incentivi, dalle tecniche di manipolazione che i guru della motivazione insegnano spesso ai venditori. Si alimenta così un’idea fatalista e passiva della motivazione.

Come nasce in lei l’interesse per la resilienza psicologica?
Questo interesse è antico quanto quello per la psicologia. Mi ha sempre affascinato l’aspetto mentale della prestazione sportiva. Per questo non mi sono dedicato alla psicologia clinica ma ho scelto di seguire gli sportivi professionisti. Ho sempre fatto sport e credo ci sia qualcosa di etico nel considerare la prestazione sportiva al di là del risultato in sé, come processo per migliorare le persone e tirare fuori il meglio da loro, fisicamente e mentalmente.

In che modo il cervello condiziona la prestazione sportiva?
Il cervello è fondamentale sia dal punto di vista fisiologico sia psicologico. Durante una gara estrema ma anche un allenamento molto intenso la fatica che si avverte è una sorta di difesa che il corpo attua per non esaurire il glucosio cerebrale. Il glucosio non viene consumato solo dai muscoli ma anche dal cervello. Ed è sufficiente che il cervello percepisca un leggero calo nel glucosio disponibile per le sue funzioni che subito lancia l’allarme sotto forma di senso di fatica. Quindi il fattore che limita le prestazione di resistenza potrebbe essere il cervello e non l’efficienza muscolare. Se l’efficienza del cervello cala perché non ha energia a sufficienza, il corpo cede. Ma cede anche se non è sostenuto dalla forza mentale. Questo modello spiega in modo concreto e misurabile come mai i fattori motivazionali siano così importanti nelle prestazioni sportive, in particolare in quelle di resistenza.

Vince chi è capace di impegnarsi di più e più a lungo

Si può rinforzare la mente per diventare resilienti?

Il mondo dello sport estremizza la necessità di resilienza. Dimostra con i fatti che la resilienza psicologica può essere appresa e migliorata. Ecco ciò che rende lo sport interessante per tutta la vita: il fisico, anche se allenato, declina. Ma la forza mentale può continuare a crescere sino all’ultimo. In Italia questo approccio sta crescendo molto in ambito sportivo, forse anche in seguito ai miei studi e libri sull’argomento. Io me ne sono servito per studiare e spiegare le carriere degli sportivi di alto livello. I modelli previsionali classici della prestazione sportiva si basano soprattutto su elementi fisiologici, cioè sulla valutazione del “motore” dell’atleta. Nelle discipline di resistenza, per esempio, un indicatore della cilindrata del motore è la quantità di ossigeno, cioè di benzina, che lo sportivo è in grado di usare. Più i valori sono elevati, più potente è il motore. In realtà la mia esperienza diretta è che molto spesso le previsioni basate esclusivamente sui fattori fisiologi sbagliano. Non sempre finiscono alle Olimpiadi quegli atleti con il “miglior motore”, ma quelli che nel quadriennio di qualifica sono stati capaci di impegnarsi di più, superare crisi, infortuni, errori di programmazione e stagnazione di risultati: i più motivati, i più resilienti cioè più capaci di far durare la motivazione. Anche al Tor des Geants, la gara più dura al mondo tra le corse in montagna, spesso giungono al traguardo persone con un fisico non esattamente scultoreo, mentre atleti dalla macchina molto più possente e prestante si ritirano.

Potenziare la resilienza può aiutarci ad affrontare in modo diverso la vita quotidiana?
Senz’altro. È molto diffusa in noi la sensazione di non riuscire a controllare bene gli eventi della nostra vita e si prova un senso di impotenza. Sviluppare la resilienza può servire a cambiare questo atteggiamento. Immaginiamo un uomo di mezza età, sedentario e in sovrappeso che decide di dedicarsi alla corsa. Arriva a correre 50 minuti tre volte alla settimana. Al’inizio sarà faticoso e frustrante: penserà di non farcela e non ce la farà. Poi riuscirà a correrli tutti senza fermarsi. Magari prenderà qualche autobus al volo mentre prima avrebbe rinunciato. E intanto avrà perso peso e acquistato una sensazione di maggior controllo sulla propria vita. Sembrerà banale ricordarlo, ma non dimentichiamo mai quanto è importante l’impegno. L’idea che qualcuno ce la fa perché ha talento, perché “è dotato” spinge a essere fatalisti, passivi e rassegnati. È molto comodo pensare che il successo dipenda da qualcosa di già scritto, dal destino, dalla fortuna, dal talento, dal patrimonio genetico o dal segno zodiacale. Persone speciali come un Marco Olmo che a 50 anni suonati ha vinto l’Ultra Trail du Mont Blanc, una delle gara di resistenza più importanti al mondo, non devono essere considerate mosche bianche ma modelli ispiratori. Il loro esempio può aiutare la gente “comune” ad aumentare il proprio senso di autoefficacia.

Perché anche il genio ha bisogno di perseveranza

Secondo lei, quindi, il talento non esiste?
Non credo si possa negare che alcune capacità umane abbiano delle basi innate. Sebbene sia molto più difficile di quanto cerchi di far credere una certa “genetica da rotocalco” quantificare esattamente il peso di questi fattori. Tuttavia io mi scaglio contro gli effetti culturali dell’uso allargato del concetto di talento: usandolo diffusamente e impropriamente, si crea passività e rassegnazione nelle persone. Perché se tutte le realizzazioni di successo, in campo scolastico, artistico, sportivo e professionale, sono attribuibili al fatto che “quella persona è un talento”, “ha il bernoccolo per”….tutti gli altri hanno a disposizione immediatamente un alibi per non impegnarsi. Le aziende cercano talenti, le federazioni sportive intraprendono “progetti talento”, e così via. In realtà quello di cui la nostra società ha disperatamente bisogno non sono modelli di particolari virtù: ma modelli di impegno. È l’impegno, prodotto della motivazione e quindi della resilienza, il fattore chiave per poter spiegare le grandi realizzazioni umane. Come ha dimostrato anni fa lo studioso svedese Anders Ericcson, senza impegno, anche il talento non arriva ad esprimersi. Si tratta di quella che lui ha definito “legge delle diecimila ore”.

Ci spiega di cosa si tratta?
Al Conservatorio della città tedesca di Lipsia, Ericcson chiese agli insegnanti di dividere gli studenti dell’ultimo anno in tre gruppi: quelli destinati a diventare secondo loro delle star internazionali, i futuri membri di un’orchestra, e quelli infine che al massimo avrebbero potuto insegnare musica nelle scuole. Esaminando i curricula, vide che non c’era una differenza significativa fra i tre gruppi all’inizio della formazione. La differenza più evidente stava nelle ore di esercizio intenzionale, quello non subito passivamente ma voluto e cercato: i migliori avevano circa 10 mila ore di esercizio alle spalle, il secondo gruppo 8 mila mentre i meno bravi non superavano le 5 mila ore. Questo dimostra che l’essere dotato esprime le predisposizioni innate solo in presenza di grande esercizio continuo e quotidiano. Il modello di Ericcson è stato verificato in tantissimi campi, ivi compresa nella biografia del “genio per eccellenza”, Wolfang Amadeus Mozart. Di questi tempi non è più attuale il mito del genio senza fatica. Come dicono gli anglosassoni “l’1 percento è ispirazione, ma il 99 percento è traspirazione”, cioè: sudore ed allenamento.