Vergogna non deriva da “vereor gognam”, “temo la gogna”, Tullio De Mauro corregge Umberto Galimberti

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«Vergogna»: Tullio De Mauro, noto linguista, ha bacchettato Augias, giornalista e conduttore televisivo, e Galimberti, filosofo. Il fantomatico latino «vereo gognam», nel senso di «temo la gogna», è stato indicato come etimologia dell’italiano «vergogna». A sostenerlo, ospite del salotto televisivo di Corrado Augias su Rai 3, è stato Umberto Galimberti, rimbeccato sul quotidiano «Unità» del 3 gennaio 2010 dal linguista Tullio De Mauro. Quest’ultimo ha fatto notare che 1) al limite dovrebbe essere «vereor gognam», declinazione corretta del verbo latino 2) l’etimologia pronunciata da Galimberti è comunque inventata di sana pianta: «gogna» non è parola latina, ma appartiene all’italiano moderno; «vergogna appartiene a parole di più sicura etimologia ed è la continuazione popolare del latino ‘verecundia’». Cose che, ha continuato De Mauro, «si dicono con (appunto) un po’ di vergogna a causa della ovvietà che hanno per chiunque tenga a portata di mano, non diciamo un vocabolario etimologico… ma un qualsiasi buon vocabolario italiano». Un’altra parola italiana con la stessa etimologia, è ‘verecondia’, termine che riconduce a un atteggiamento riservato, legato anch’esso al senso del pudore, ed è sinonimo di pudicizia. Vergogna e verecondia sono parole allotrope, cioè hanno l’etimo in comune, ma la parola ‘vergogna’ ha preso una via popolare più dura, di turbamento più serio e grande.

Vedi anche:

Il sentimento di vergogna e la civiltà della vergogna nell’antica Grecia

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Un pensiero su “Vergogna non deriva da “vereor gognam”, “temo la gogna”, Tullio De Mauro corregge Umberto Galimberti

  1. vincenzo

    Questa non è mica la sola delle asinerie di Galimberti, un impostore che viene veduto, anche da Augias, ancora per “grande filosofo”, nonostante la serqua di frodi messe a segno. Si dà di seguito un altro esempio, dei molti, delle asinerie di Galimberti:
    Il relativismo di Umberto Galimberti
    da “Cristianesimo”, p. 142:
    “[…] per la stessa ragione Endos interroga Davide con queste parole: Perché vuoi mettere un cappio intorno alla mia nefeš così da farmi morire? (1 Samuele, 28, 9).
    Il filosofo di nome Galimberti “si impanca con arroganza” e predica che per affrontare “disagi”, “problemi” ecc., che vive il nostro tempo, “la cultura è la chiave di svolta”.
    Ora, scrivendo “Endos interroga Davide”, il Galimberti non solo dà segno d’incultura, perché è un’asineria, ma è chiaro altresì che lui non ha mai letto il cap. 28 di 1 Samuele, altrimenti si sarebbe forse accorto che la negromante di Endor, nome di luogo geografico, e non “Endos” nome proprio, non ha mai detto queste parole a Davide, bensì a Saul, che in quel frangente era pure travestito e perciò irriconoscibile.
    La stessa asineria è già presente in Psichiatria e fenomenologia, uscito nel 1979, alla p. 87, e tutto il cap. 2. La religione biblica e la maledizione della carne, della Parte prima, è fabbricato con plagi a H. W. Wolff, G. Barbaglio, A. Marranzini, O. Cullmann, ecc., documentato con il saggio Ezio Mauro e l’asinus in cathedra nel sito del sottoscritto altierivincenzo.it, alla sezione “il paese dei ciarlosofi”.
    La stessa asineria è pure presente in Orme del sacro, alle pp. 97-98, ecc.
    Solo a fronte di questi piccoli esempi, il “relativismo culturale” di Galimberti non è l’“anticamera del nichilismo”, bensì un tragicomico nonché pernicioso nichilismo …
    Vincenzo Altieri

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